Jealousy Party e St. Ride, ovvero la via italiana alla decostruzione. Del ritmo, per i primi; della forma canzone per i secondi, ad esser precisi. Procediamo con ordine e (mancanza di) disciplina. Jealousy Party è nome che dovrebbe dire molto a chiunque legga e/o ascolti di musica. Una storia musicale che si protrae nell’ombra da un decennio non per colpa della proposta musicale del collettivo, bensì della semi-cecità dell’odierno pubblico.
Nell’Antologia del Medio Mongoholy Nasi, sorta di Spoon River della decomposizione, i tre (tre?) ectoplasmi genovesi propongono un antipasto fatto di 11 frammenti che sono in realtà singhiozzi, intermittenze, singulti e abbozzi di una musica scarnificata. Roba che si polverizza in mano, materia dematerializzata che mantiene però una coerenza (aliena) di base. Chitarra e voce appannaggio del (fake?) Mongoholy Nasi; effetti e ritmi di Maurizio Gusmerini e Edo Grandi. Sull’onda lunga di Starfuckers/Sinistri ma senza il blues in lontananza, ogni singolo sketch di questa ipotetica, straniante suite procede per escrescenze lungo gli indecifrabili crinali di un frattale sonoro coerentissimo. Dada, in sostanza; free(k), in potenza; idm fratturata in improvvisata salsa jazz nei risultati. La percezione, in questo caso, richiede impegno.
(7.5/10)
Scheda: St. Ride
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