Recensione
Colors of the Sun HatchbacK
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space-disco Voti redazione e staff

HatchbacK

Colors of the Sun

Lo Records

Un tempo, pressappoco verso i primi ’90, un lavoro come Colors of the Sun lo si etichettava ambient-house. Oggi, con la space-disco (per certi versi la naturale evoluzione di quel periodo) a dettar legge in merito ad elettronica incline al prog-rock quanto al balearic sound, il disco di cui sopra va, giocoforza, sotto altra voce. Eppure gli Hatchback sono figli più di quegli anni che non di questi. Seppur influenzata da capisaldi cosmici come Kraftwerk, il Michael Rother solista e Ash Ra Tempel, la loro musica ha da spartire soprattutto con gli Ultramarine (combo inglese di elettronica pastorale autore del classico Every Man And Woman Is A Star) che con Lindstrøm. Per farla breve: si tende al relax. Dietro la sigla c’è solo un uomo, il californiano Sam Grawe, appassionato di vintage (tra la strumentazione rigorosamente analogica anche un Fender Rhodes) e forte di una visionarietà figlia dei tramonti riflessi nell’Oceano Pacifico (qualcuno ha detto che se Dennis Wilson fosse ancora vivo, suonerebbe così…). Noi, sinceramente, oltre alle ventate kraut-friendly di Everithing Is Neu (ogni riferimento al gruppo tedesco non è casuale) e lo spleen cosmico di Horizon (16 minuti a là  Klaus Schulze) sventolato dalla cartella stampa, ci vediamo anche un che dei Boards Of Canada specie nell’introduttiva Nesso e in White Diamond, ove quest’ultima, di cui circola un remix a firma Prins Thomas, ci ricorda che belli erano i tempi di Geogaddi.

Non so dalle vostre parti, ma nel napoletano l’autunno è sbocciato anzitempo. Colors of the Sun evoca estati fuori tempo massimo.

 

(7.0/10)

Scheda: HatchbacK

Pubblicazione: 01 Ottobre 2008

File under: space-disco

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