Recensione
Turn Love To Hate Christian Rainer
Cover image
Art chamber pop Voti redazione e staff

Christian Rainer

Turn Love To Hate

Bookmark and Share Gallery

Lo splendido difetto di questo disco, il secondo in solitario di Christian Rainer, è che non puoi coglierne appieno il valore senza i video del DVD allegato, un clip per ogni canzone affidati alla creatività di undici artisti visuali europei, tra cui lo stesso Rainer. Senza di essi ti ritrovi con tredici pezzi all'insegna di una tiepida ossessione chamber-pop, talora strattonata da acidule aporie a due voci (Brow Line) e allucinate sospensioni (una FM00-Bruxelles che sembra colta nel giardino malsano del Lou Reed altezza Berlin), ma vieppiù fosca, languida e cocciutamente demodé (vedi lo struggimento valzer di Fisch'n'Chips e Days With No Story). L'aria spossata da dissociato sensibile e a dirla tutta un po' snob alle prese con situazioni atmosferiche di tutto rispetto ma invero piuttosto autoreferenziali, peraltro non assolte da particolari slanci d'orchestrazione (anzi quel piano Rhodes tra le volute d'archi innesca fin da subito ugge stucchevoli) né quell'investimento energetico che nelle mani di un Nick Cave rese certe evoluzioni parecchio intriganti (anche se il trasporto con cui Le Jongleur risale radici Gainsbourg-Cohen come non spiacerebbe al Re Inchiostro).

Lo sconcerto poetico dei testi, interpretati col piglio brumoso d'uno Scott Walkerserotino, finirebbe così per rappresentare il principale elemento d'interesse di un lavoro che non può non sembrarti un passo indietro rispetto all'eccellente split coi Kiddycar di appena tre mesi fa. Come in effetti è, visto che tutto questo materiale ci era già stato apparecchiato in un demo di qualche anno fa. E allora? Allora il buon Rainer è uno da prendersi con le molle, uno dall'estro imprevedibile, bizzarro e soprattutto totale.

Quei video che dicevamo sono un vero e proprio progetto parallelo, Turn Love To Video, non necessariamente organico eppure straordinariamente nutritivo, perché al di là della bellezza i clip (dal budget inversamente proporzionale alla genialità delle intuizioni) sono un resoconto - o una piccola sentenza - circa lo spaesamento irreversibile della cultura/anima occidentale di fronte e dentro la formidabile assurdità cui deliziosamente ha finito per assuefarsi. Siamo tutti alieni, anche di noi stessi, sembra suggerire l'allucinato Stranger, dove un allampanato Rainer incarna a pieno titolo l'eredità dell'uomo che cadde sulla terra, allucinazioni a cura dello stesso Christian e di Karin Andersen. Straordinari anche i contributi di Andrea Facco, Ana Ticak e Shoggot, dopo i quali non puoi ascoltare più quelle canzoni allo stesso modo, perché nel frattempo significano oltre se stesse: una cruda e malinconica elegia della modernità.

(7.0/10)

Pubblicazione: 03 Marzo 2008

File under: Art chamber pop

| Archivio
Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2008)

Rss
copertina pdf #91