Nei ringraziamenti del suo mini album di debutto, The Moonstation House Band, del 2007, David Vandervelde scriveva candidamente: “ispirato dai classici del rock”. Più che ispirato pareva addirittura clonato, per la precisione dal glorioso stampo di Marc Bolan, al quale assomigliava perfettamente nelle due tracce migliori, Jacket e Nothing No.
In questo nuovo lavoro i riferimenti cambiano, seppure si rimane coi piedi ben saldi negli anni ’70. Troviamo infatti il giovane musicista di Chicago alle prese non con il glam, ma con il soft rock e la scrittura dei cantautori west coast di quegli anni (un po’ come ha di recente fatto Jason Collett). L’epoca è ricostruita in ogni dettaglio, persino nella copertina, che ricrea l’atmosfera domestica di certe cover di Carole King. Stavolta Vandervelde non fa tutto da solo, lasciando suonare qualcosa anche ai Lickedy Splitz, la band che lo ha accompagnato in tour nell’ultimo anno. Scordatevi comunque un suono live, Waiting For The Sunrise è un disco orgogliosamente “di studio”, dominato dalla personalità del suo autore/produttore.
Il lato A (Vandervelde sarebbe lieto di sapere che pensiamo al suo cd come se fosse un 33 giri) è solare, accogliente, con tiepidi mid-tempo prodotti con cura maniacale. La scrittura è buona (ottima in I Will Be Fine e Hit The Road) ed è un piacere perdersi nei dettagli, specialmente nelle sovrapposizioni delle voci, nei riverberi, delicatezze degne di certe prove dei 10CC. Nel lato B esce allo scoperto l’ambizione che si faceva strada anche in fondo al precedente lavoro, e troviamo brani più oscuri, che culminano nella lunga coda strumentale di Lyin’in Bed. Viene da pensare che Vandevelde si esprima al meglio soprattutto come produttore: il primo punto di riferimento che balza alla mente è il Lindsey Buckingham di Tusk, con la sua capacità di far coesistere una molteplicità di strumenti e voci differenti, mantenendo però i suoni puliti e distinti, e lasciando sempre soccombere il rumore alla melodia.
(7.4/10)
Scheda: David Vandervelde
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