Ci stavamo quasi preoccupando per la salute (e soprattutto per la chioma) del buon Anton: discograficamente stitico da almeno otto anni, ci aveva lasciato con un album datato 2003 bello come il sole. Si chiamava orgoglioso Questa è la nostra musica, ed era completo come soloi progetti maturi e definitivi possono essere, un classico scherzo del destino, soprattutto per l’Anton r’n’r. La stellina appuntata al petto, meglio, la medaglia al merito conseguita dopo anni di droghe e botte da orbi in quella che – grazie a Dig, il famigerato documentario - assumeva la classica parabola pop americana dove a una caduta corrisponde il sempre necessario riscatto. Titoli di coda (l’eppì We Are The Radio del 2005) e fine.
Ma conclusi i Promessi Sposi che si fa? Newcombe rimette il vinile sul piatto e torna daccapo. All’inizio della storia. Niente vecchiaia country rock per lui ma tanta droga e un altro – irrinunciabile - giro in giostra. E allora vai, ti seguiamo, tra citazionismo e fede, fede che per l’uomo è pagana adorazione, anzi, un uragano che lo rifionda (e ci rifionda) nella confusione di un primo grande amore.
È testardo Anton. E fa qualcosa di speciale con My Bloody Underground, uno zibaldone di shoegaze eroinomane e loop à la Valentine, feedback rock e raga, persino un solo al pianoforte tragicomico intitolato We Are The Niggers Of The World. E c’è tanta, tanta generosità. Toh pure le menti dei Ride Andy Bell e Mark Gardener ad accompagnarlo per quello che non vuole essere altro che un manifesto orgoglioso. L’ennesimo dito medio rivolto al famigerato sistema a cui l’uomo oppugna una casa discografica (figuriamoci… la A come Anarchia, Records) e un rinnovato sogno, forse neppure troppo feticista, ma senz’altro puro come sporche sono le note di quest’album.
Non fermatevi alle lungaggini alla produzione vacillante (quando e se si può chiamare tale), quel che conta è lo spirito. E non la tracklist. Roba sconvolta come Golden-Frost (vocalismi Morrison/Warsaw e arrangiamenti My Bloody Valentine), incursioni nel pallone psych neozelandese via Kranky (Auto-Matic-Faggot For The People) e omaggi al Mr.Jones indiano che non possono mancare (Who's Fucking Pissed In My Well). Il tutto disordinatamente massacre e ci siamo capiti, se i My Bloody Valentine sono ai blocchi di partenza di un’imminente tournée, Anton è già pronto a sfidarli, from the underground ovviamente.
C’è della bellezza in tutto ciò.
(7.0/10)
Scheda: Brian Jonestown Massacre
Pubblicazione: 01 Aprile 2008
File under: shoegaze, raga rock
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