Chissà cosa ha spinto Mark Eitzel a riformare gli American Music Club dopo dieci anni tondi e farli tornare a incidere dopo altri quattro calendari dall’ultimo, validissimo Love Songs for Patriots. Forse la constatazione che dal 2001 a oggi il Nostro ha vagato con una certa confusione e sentiva bisogno di un ritiro più consistente della San Francisco in cui risiede e che lo ispira. Difficile dirlo, ma tra dischi di cover, riletture folk elleniche del proprio repertorio e fallaci incursioni nell’elettronica nutrivamo una certa preoccupazione. Ci sta nel cuore Mark, non solo perché è stato il primo cantautore a trincerarsi dietro una band in un modo oggi comune, ma anche per il fatto che resta uno dei maggiori songwriters americani viventi. Uno che, titubante tra Gram Parsons, Nick Drake e Ian Curtis, ha deciso di sceglierli tutti e farli accomodare in stanze/canzoni che attingono dalla quotidianità e la rendono universale; di rado serena, quindi, e colta da fugaci attimi di raffinato pop d’autore. In ogni frangente partecipata, sincera come non ne esistono quasi più. Autobiografica e terapeutica, per l’ascoltatore e l’autore.
Cosa che accade anche in questo disco venuto fuori di getto - un paio di mesi di lavoro rilassato supervisionato da Dave Trumfio, già dietro il banco per Summerteeth - col fido compare Vudi alla chitarra (al solito immaginifica) e una nuova sezione ritmica attenta e puntuale. Si respira un’aria più lieve in alcuni episodi (la corale The Victory Choir; gli anni ‘60 attualizzati di All The Lost Souls Welcome You To San Francisco), scheggiata tuttavia dall’usuale porgersi “in minore” al contempo confessionale e aereo in The Grand Duchess Of San Francisco o compassato e sferzante per The Stars. Per ogni momento di guardia abbassata come Who You Are e The Dance - distese come non mai e in fondo le meno riuscite del lotto - ecco Chris Isaak in abiti tristi (The Decibels And The Little Pills) e un valzer a metà tra celtico e mariachi trafitto dalla sei corde distorta (I Know That’s Not Really You). Lì afferri l’equilibrio su cui poggia una musica apparentemente fragile e riassunta dentro la classica, claustrofobicamente leggiadra On My Way: umoralità, sbalzi repentini che appartengono a ognuno e qui sono catarsi. Meno che in passato, magari, ma in un ventennio si ha modo di cambiare e vedere l’effetto che fa.
Incanta con l’eloquio profondo e scorrevole, Mark, e quando pensi che basterebbe un nulla d’approccio più squillante per sfondare, ti arriva allo stomaco col brano generazionale che incarna lo spirito dei tempi. Si chiama The Windows Of The World, sei minuti di estatico ragionare sul “9-11” (il titolo prende il nome del bar in cima alle Twin Towers) che alla fine soccombono sotto una magistrale inquietudine chitarristica, un controllato malestrom emotivo facente funzione delle parole - esaurite, svuotate - nel descrivere cosa è accaduto e cosa è cambiato dopo. Pensavi di averlo incasellato, ma l’uomo è scappato ancora alla Houdini dentro il cono di luce, come lo showman che è da sempre e mai ammetterà d’essere. O forse sì.
(7.6/10)
Scheda: American Music Club
Pubblicazione: 01 Marzo 2008
File under: Indie rock
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