Recensione
That Lucky Old Sun Brian Wilson
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pop opera Voti redazione e staff

Brian Wilson

That Lucky Old Sun

Capitol

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No, non è per niente facile essere Brian Wilson. Sentirsi ancora addosso il peso di una leggenda lunga quarant’anni, di un talento immane che gli è stato più tormento che estasi, di una vita che gli ha beffardamente voltato le spalle, più volte. Un vero sopravvissuto. Alla vecchia band, ai fratelli, a se stesso. Basterebbe tanto per calibrare il peso di That Lucky Old Sun, opera pop nuova di zecca che segue a ruota il fatidico compimento di Smile, ricalcandone le dorate orme sul sentiero della rinascita. Non ci sono voluti trentasette anni, stavolta: con il prezioso aiuto di Scott Bennett, chitarrista e fidato collaboratore dal 1998, e dell’amico di sempre Van Dyke Parks(ancora lui, ebbene sì), questa suite è stata portata a termine con velocità ed entusiasmo; un progetto inizialmente commissionato dal Southbank Centre per celebrare la Californiadel sud e la città degli Angeli (palcoscenico di tutte le ascese e cadute), e trasformatosi in un piccolo miracolo.

Già, perché l’ex golden boy del pop mondiale è riuscito non solo ad aggirare tutti gli eccessi di  retorica e i patetismi del caso (giusto Mexican Girl lambisce il kitsch, strappando qualche sorriso), ma persino a suonare toccante e sincero, come forse mai. In un’autocelebrazione che ci ricorda chi erano mai questi Beach Boys (Forever She’ll Be My Surfer Girl), che canta - con opportuno fare da cartolina made in u.s.a. - le lodi e le bellezze di posti come Venice Beach e Hollywood e il “battito del cuore di L.A.” (gli inserti recitati, vergati dalla penna visionaria e barocca di Parks), Brian soprattutto ci rivela quale uomo sia diventato oggi, 66 primavere e la ritrovata voglia di mettersi in gioco.

Ha il sapore dolceamaro dei ricordi, That Lucky Old Sun, pervaso com’è dalla nostalgia autentica di chi si guarda indietro e, nel farlo, affronta a viso aperto luci ed ombre della propria esistenza. How could I have got so low / I’m embarrassed to tell you so / I laid around this old place / I hardly ever washed my face”; e poi ancora “I cried a million tears / I wasted a lot of years / Life was so dead, life was so dead” (Oxygen To The Brain); cose così, dette da una persona che ha passato interi anni confinato in un letto, fanno un certo effetto. E sì, si può anche sorvolare su una voce un tempo angelica e ormai indice impietoso dei tanti anni trascorsi, quando la musica che la supporta è tanto vitale, pura, potente e – ribadiamo – autentica. Sullo stesso canovaccio di Smile è l’ormai consueto percorso di temi ricorrenti (la title track, che poi è uno standard anni ’40 portato al successo da Satchmo), buone vibrazioni assortite (i r’n’r Morning Beat e Goin’ Home), richiami e ammiccamenti al passato (i perfetti barocchismi pop Spector / Bacharach di Good Kind Of Love e Oxygen To The Brain), recrudescenze degli anni d’oro (Can’t Wait Too Long, un’outtake da Wild Honey), più un paio di splendide ballate in stile Surf’s Up e Pacific Ocean Blue di Dennis, con tutto il carico di dramma e di vita che si portano dietro (Midnight’s Another Day,Southern California). Ecco, se Smile è il capolavoro del Brian eterno ragazzo (“a teenage symphony to God”, ricordate?), questo è quello, che attendevamo, della maturità. The cycle is complete

(7.6/10)

Scheda: Brian Wilson

Pubblicazione: 11 Ottobre 2008

File under: pop opera

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