Reel In Between
Sapevo che prima o poi Brychan avrebbe fatto quadrare il cerchio della propria versatile ed eccentrica poetica attorno ad una forma pop-rock più immediata. E’ questo che sembra in effetti
Reel In Between, la barra puntata verso quel funky-blues già affiorato nel precedente
Bad Pink Vibes.
E’ pur vero tuttavia che dal cantautore gallese non c’è da aspettarsi mai nulla di troppo prevedibile o normalizzato, abitandolo un’insopprimibile attitudine al meticciato stilistico che lo porta a stemperare – tanto per dire - folk gaelico, jazz, rock e disco con disinvoltura, tra le canzoni e soprattutto all’interno di esse.
Non un crossover da laboratorio, il suo, non un patchwork modaiolo con tanta voglia di stupire l’annusatore di hype di turno. Piuttosto, una predisposizione impulsiva, l’espressione fisiologicamente sintonizzata sulla linea di confine di modi e forme, tra le righe e gli steccati che tracciano aleatorie divisioni di genere.
Forte di queste premesse che del resto già conoscevamo, Brychan sciorina una freschezza e un’intensità da songwriter di razza, cui la produzione di
Paolo Benvegnù (ex-Scisma, già apprezzato producer tra gli altri per Terje Nordgarden, a breve in pista col debutto in solitario) cuce addosso abiti sonori ben strutturati, sferzanti e ombrosi alla bisogna, ricchi ma ben attagliati, senza ostentazione.
L’apertura di
Desert Flower è uno schiaffo che rimanda alle vigorose trame funky del miglior
Ben Harper (quello di
Fight For Your Mind, per intenderci) e alla verve rock-soul di sua meraviglia
Stevie Wonder (da cui discende in linea diretta il frizzante ghirigoro del clavinet). Ok, l’incipit è azzeccato, e la successiva
Reelin’ non è certo da meno: le trame si assottigliano jazzy (splendido il vibrafono-madreperla) e si irrobustiscono rock, le percussioni pestano e sfarfallano incrociando mormorii di drum machines, le corde si dimenano in libera uscita intanto che la voce detta i termini di un vero e proprio manifesto poetico. Indefinibile, e orgoglioso di esserlo.
La voce di Brychan, già: è scatto gioioso (i versi saltellanti nella quadriglia-reggae di
Judas) e angolo buio (le trepide spire jazz-soul di
Love You), melisma proteico e burla umorale, è ringhio, falsetto, il moto vaporoso di un’anima felicemente invasata (come in
Souls, escursione ondivaga in territorio
Notwist). Tanto è caratterizzata e caratterizzante che a chi la incontri per la prima volta – lo so per esperienza diretta - potrà sembrare bizzarra o addirittura eccessiva: del resto è comprensibile in tempi che abituano a considerare la voce quando va bene un ingrediente tra gli altri, quando va male un’insipida profusione di pattume imitativo (pensate alle prime dieci next big thing e fate mente locale). Sia chiaro, non è solo questione di mezzi piovuti in eredità da madre natura: ve lo dice uno che adora Neil Young.
Il programma prosegue smanettando il rubinetto dei sincretismi con felice disinvoltura, dagli esiti epici di
Diamonds (ballata che prima mimetizza un andazzo reggae poi decolla su tappeto di archi e chitarre) al talking ombroso su congegno funk di
Vendetta (che nel chorus ingaggia rhodes e tastiera a pennellare trepidi scenari
Japan), dalle striature flamencate di The Wasp (intrigante l’hook di chitarra, suadente il respiro degli archi ad evocare certi Venus) al funky serrato di
Popstars (in cui Brychan torna a descrivere – non senza una punta di amaro sarcasmo - il proprio modus vivendi artistico).
La lunga
Nothing Lost chiude i giochi in chiave prettamente acustica, reggae folk dai sapori inafferrabili come un pugno di vento, drumming calligrafico, basso a palpeggiare le ombre, vibrafono a spandere cromatismi tremolanti, la voce che stacca parola per parola quello che è forse il senso di tutto il lavoro: “we are nothing more than memories to get lost in time, except for the voice in our hearts”.
E questo è quanto. Vedremo se riuscirà a conquistare l’airplay che (indubbiamente) merita.
(7.5/10)