La Sera Della Prima
Cover image
Genere

thriller, drammatico

Durata

122\\\\\\\

Sceneggiatura

Ethan Coen, Joel Coen

Cast

Tommy Lee Jones, Javier Bardem, Josh Brolin, Woody Harrelson, Kelly MacDonald, Garret Dillahunt, Tess Harper, Barry Corbin, Stephen Root, Rodger Boyce, Beth Grant, Ana Reeder, Kit Gwin, Zach Hopkins, Chip Love

Musica

Carter Burwell

Fotografia

Roger Deakins

Montaggio

Roderick Jaynes

Data

16 Marzo 2008

Uscita Film

Febbraio 2008

trailer

Non è un paese per vecchi

Joel Coen (USA, 2008)



Opinioni a confronto sul premiato film dei fratelli Cohen, Non è un paese per vecchi.#1

Alla letteratura secca e tagliente di Cormac McCarthy, una tra le migliori penne americane, i fratelli Coenhanno sostituito un cinema altrettanto misurato e levigato. Al posto di frasi chirurgiche, di un altissimo senso del ritmo, di un uso della punteggiatura che corteggia le pause di respiro del lettore, di un linguaggio che rasenta l’oralità e la nitidezza delle descrizioni – una scrittura così raffinata che si fa immagine e apre alla visione della storia e alla comprensione dei motivi che la fondano – ora si trovano delle immagini nette e necessarie.

Del resto, l’operazione dei fratelli Coen è stata semplice, apparentemente. Libro alla mano, lo hanno letto da cima a fondo, ne hanno selezionato le parti adatte per una trasposizione cinematografica, e infine hanno sfilato via lo scheletro narrativo dalla carne viva del romanzo. Inseguimenti, sparatorie e fiumi di sangue, quella era la cosa più facileda mettere in scena. Molto più complesso tratteggiare i personaggi, scolpire con la luce i protagonisti, mettergli tra le pieghe del viso un’espressione esatta che raccontasse un passato, un futuro, il guado del proprio presente.

E ci sono riusciti con Llewelyn Moss, l’uomo che trova una valigia ripiena di dollari e fugge via. Ci sono riusciti con Anton Chigurh, rendendo quasi umana l’incarnazione paranoica del Male, che non ha storia né tempo, che sparisce così come arriva, che ritornerà di sicuro – un Javier Bardemsenza eguali, perfettamente in parte, spietato sotto un caschetto buffissimo, talmente buffo da restituire il Male per quello che è: ridicolo e noioso, ripetitivo nella morte che si trascina dietro.

Ma non ci sono riusciti con Bell, lo sceriffo. Nel libro, McCarty affida al vecchio sceriffo un ruolo chiave. Bell parla in prima persona. In capitoli scarni, il vecchio pensa a voce alta. Nei suoi pensieri c’è l’impronta di un mondo giusto che declina e tende a scomparire. Bell è una figura quasi biblica: raffigura l’etica, l’antidoto all’inferno, il senso di giustizia che scava la pelle e disegna sul viso una maschera dura di serietà ed esattezza nel fare le cose e giudicare il mondo. Bell è una figura tragica: è il punto di cesura tra due mondi che divergono, è una figura che assume in sé la fine di un epoca: quella in cui si poteva contare ancora sul buon senso e l’intelligenza, quella in cui gli atti criminali venivano risolti, quella in cui le cose erano ben fatte, e resistevano al trascorrere del tempo, come una promessa.

Tutto questo, nel film, non c’è. Se ne trova traccia al principio, nella voce off, e poi nel finale, bellissimo e implacabile, aderente al millimetro al libro. Ed è il finale che ha lasciato perplessi gli spettatori che hanno guardato il film, ma non hanno letto il libro. Perché arriva e continua come se fosse scollegato dal resto - un film dove per due ore piove sangue, e i vetri scoppiano in pezzi, con le pallottole a bucare chiunque.

Sarebbe stato un capolavoro se dalla trama delle immagini fosse spuntata la figura tragica di Bell, lo sceriffo. Se i Coen fossero riusciti ad eguagliare la profondità e l’incisività della scrittura di Cormac McCarty. Ma ci rimane comunque un film di ottima fattura, un western quando il western non è più praticabile, nel mondo impazzito degli anni ottanta.

Ci sarebbero potuti riuscire, i Coen, solo se avessero praticato il distacco da se stessi, se i Coen, per un attimo, avessero preso le distanze dai Coen. Invece hanno preferito “guastare” la tragicità degli eventi raccontati punteggiandoli della loro comicità nera e graffiante – uno su tutti, valga l’esempio del rapporto e dei dialoghi tra lo sceriffo ed il suo sottoposto. Ma non ci si libera mai veramente da se stessi. E se in alcuni casi è una salvezza, qui il gioco mostra tutti i suoi limiti. (g.z.)

#2

Quello che più colpisce è l’assoluto silenzio su cui si scagliano i siluri e i tonfi delle pallottole, improvvisi e spiazzanti. Quando li aspetti non arrivano mentre ti perforano le orecchie quando hai cominciato involontariamente a rilasciare qualche nervo (infatti aveva due candidature all'Oscar per il sonoro). La suspense, insomma, è il capolavoro di questo film, al punto da ricordarci il maestro incontrastato Hitchcock, che sulle luci che filtrano dalle sottili fessure sotto le porte ha fatto una poetica. Non è un caso, infatti, che insieme al classico elemento figurativo dei motels disseminati lungo la strada, la cui tristezza sembra proporzionale alla grandezza dell’insegna, l’altro correlativo oggettivo di questa elegia americana siano le porte. Sembra assurdo ma le porte, che dovrebbero teoricamente proteggere l’intimo o privato da quel mondo orrendo là fuori, sono la cosa più fragile che esista. "Close the door" dice in spanglish al reduce Moss (Josh Brolin) il messicano mezzo morto nella macchina per la paura di finire sbranato dai coyote, anche se gli animali sembrano aver imparato le gerarchie "umane" e non si degnano nemmeno di annusare un cittadino dotato di carne di serie B. E poi, logicamente, l’assurdo (geniale?) sistema ad aria compressa con cui IL killer scardina le serrature: perfetto, rotondo, sezione di un cilindro che viene silurato con chirurgica perfezione contro qualunque cosa si trovi di fronte. E poi ci sono le porte dietro cui si aspetta impietriti il killer, le porte che si aprono con circospezione, le porte che nascondono, inaspettatamente (come accade alla fine alla moglie), il nostro caschetto nero di morte. E poi gli anfratti, i buchi dei proiettili, delle serrature saltate, dei condotti dell’aria. Nessun posto dove potersi, finalmente, riposare.

Nel libro di Cormac McCarthy (e anche nel film) il genio del male si chiama Anton Chigurh: nome totalmente inventato che designa un’unica possibile figura, la morte. Se nella tradizione occidentale è un teschio nascosto dentro un cappuccio nero e dotato di falce, qui assume sembianze totalmente avulse dal contesto: ha un medievale caschetto nero, prova un pudore virginale verso il sangue delle vittime e solo nel primo corpo a corpo in cui taglia la gola all’agente fa trapelare un brivido di piacere fisico. Per il resto si comporta come un bambino: si toglie le scarpe per non fare rumore, escogita macabrissimi scherzetti, è, ironicamente, una peste, una prodigiosa, mortifera, velenosa peste. E per di più è geniale. Invece di girare armato di falce è dotato di una praticissima bombola caricata ad aria compressa e come nel più classico proverbio sulla morte gioca a testa o croce con le monetine. La morte, niente più e niente meno. Il che rende questo film, appunto, un’elegia o un racconto morale: c’è il male, c’è il bene (lo sceriffo Bell) che rappresenta la Storia (cioè le tradizioni, le leggende, gli avi, la famiglia e la stessa Storia americana – lo si può notare nell’ultimo dialogo con il padre – che è uno dei miti più grandi per gli americani dal momento che ne hanno una molto, troppo giovane), c’è, infine, il soggetto della proiezione, il motore della storia cioè il reduce Moss, uno che sta a metà strada fra i due ideali e che, in fondo, rappresenta bene l’opportunismo e l’avidità dell’uomo medio. La sua è una delle migliaia di storie sul sogno.

A che genere appartiene questo film? Un po’ western (c’è un bottino, una banda, l’ultimo sopravvissuto che scappa coi soldi), un po’ thriller (la suspense, i nascondigli, l’ombra e le luci), un po’ di postmoderna mescolanza in salsa horror. La rigorosa, pulitissima messinscena della violenza ricorda un Peckinpah controllato, senza barocchismi. E poi c’è la poetica dei Coen: i personaggi leggermente fuori dalle righe, le impennate grottesche e grand guignolesche e, soprattutto, il Texas, che potrebbe essere interpretato come una delle tante versioni di un tòpos coeniano: l’isolamento e la triste melanconia ma anche l’ottusità e la marginalità della provincia americana. Già in Blood Simple era il Texas, in Fargoil Minnesota, qui di nuovo il Texas, ma ciò che accomuna è il fatto che siano tutti scenari per la germinazione dell’assurda violenza. Gli attori perfetti dell’ottusità di questa fauna provinciale sono, in questo caso, l’agente della dogana, la grassa signora al reception desk dove Moss aveva il suo caravan, la cui camicetta kitsch è un piccolo compendio dell’italianità (vedere per credere), il proprietario del grocery store dall’enorme pappagorgia (e il suo dialogo con il killer vale tutto il film). Altro marchio tipico dei Coen. In bilico tra ironia e tragedia.

Last but not least: il film è vincitore di ben quattro Oscar tra cui regia e film. (c.s.)

copertina pdf #91