C’è più di una ragione per riscoprire questo film di Coppola del 1982. Prima di tutto il fatto che in un’intervista apparsa sui Cahiers nell’aprile di quell’anno lo stesso Coppola dichiarava un certo amore per questo suo lavoro nato da un’intuizione spontanea: “Ho fatto quello che avevo voglia di fare, come un bambino che disegna. L’ho fatto per me, per vederlo”.
Il problema è che, invece, questo film fu accolto abbastanza male da
pubblico e critica sia negli USA che da noi, e fu accompagnato da
disaccordi e malintesi tra Coppola e la Paramount che lo doveva
distribuire.
L’idea del film era nata durante lo shooting di Apocalypse Now. Coppola sognava di girare un film in studio, libero dai condizionamenti dell’ambientazione reale in esterni. L’occasione si presenta con questa sceneggiatura intimista proposta dalla MGM (in pieno accordo con la linea produttiva classica di questo studio: fable-musicals romantici interamente girati in interni ricostruiti). All’inizio doveva essere una storia d’amore ambientata a Chicago, ma nelle mani di Coppola diventa una storia di crisi coniugale che si svolge a Las Vegas il 4 luglio, il giorno del sogno. Nasce l’idea di fare di One From The Heartil primo film interamente girato negli studios della Zoetrope (l’alternativa di Coppola, libertaria e anticonformista alla tirannia delle case di produzione). Ma le cose si complicano, il film raggiunge un range di 27 milioni di dollari, la Zoetrope è dissanguata anche da altre debacle, Hammett di Wenders per esempio. A quel punto arriva il colpo basso: la Paramount, senza l’accordo col cineasta, presenta il film al pubblico di una sala di provincia come test booking, ne escono commenti non troppo favorevoli che la spingono a ritirarsi dall’accordo. Furbescamente Coppola lancia la contromossa. Con lo scopo di attirare l’attenzione sul film crea un evento attorno alla “prima”, annunciando sul L.A. Times del 6 gennaio la proiezione del film, la settimana successiva, a sue spese, al Radio City Music Hall di New York. Il messaggio pubblicitario era: “Venite a vedere il cinema elettronico”.
L’accoglienza
è calorosa anche se nessuna personalità è presente. A quel punto
interviene la Columbia che annuncia una preview il 17 gennaio a
Westwood. Le sorti del film sono recuperate e nonostante continui ad
essere considerato uno small-picture in rapporto al suo costo, oggi
conta un certo numero di cultori. Per spiegare il messaggio di Coppola
occorre ricordare che nello stesso anno era uscito un film come Tron (Lisberger) e, in Italia, Il mistero di Oberwald, realizzato da Antonioni su
nastro e poi riversato in 35 mm, allora molto discusso. La critica,
abbagliata dalle strisce luminose dei videogame e dall’estetica delle
immagini video, si era completamente sbizzarrita straparlando di
“elettronica” a tutto gas. Comunque sia lo stile figurativo di questo
film poteva spingere a scambiare l’immagine filmica con una sensazione
di “fonte elettronica” della sua origine. Prima di tutto grazie al
pazzesco lavoro del graphic designer Dean Tavoularis si è ricostruita
un’intera street di Las Vegas in studio e questo ha aumentato il potere
immaginifico. È così fin dai titoli di testa, realizzati con la
collaborazione di Gary Gutierrez e che forse sono una delle parti più
attraenti e ben riuscite del film. Una serie di riprese macro di
miniature dell’altezza di 60/90 cm che rappresentano le insegne degli
hotel sullo strip di Las Vegas e contengono i credits del film. Ma,
soprattutto, i chilometri di tubi al neon sparsi a iosa nel film.
Figurativamente al neon rosa e blu fanno pendant le “cherry-red and
cerulean blue gel light” della fotografia di Storaro che bagnano i visi
e i corpi degli attori disegnandoli su sfondi piatti, confusi, quasi,
con il gioco dei riflessi sulle vetrine, le superfici riflettenti degli
specchi e i puntini luminosi delle lampadine delle insegne luminose.
Insomma una sorta di pop-art delirium che è la ragione principale per
cui dovete andare a ripescare questo film.
Noi sappiamo quanto questo tipo di immagini voglia essere un’apologia della finzione e, a tal proposito, si veda il famoso saggio di Robert Venturi, architetto e critico, che scrisse insieme ad altri, nel 1972, Learning From Las Vegas sul simbolismo nell’architettura di questa città, che ruota attorno alla dialettica tra “real” e “staged” (reale e fittizio) e che voleva essere un monito a concedere piena legittimità culturale ai “cattivi” gusti della massa popolare. Coppola lo prende alla lettera come cineasta e “architetto”, gioca su questo cortocircuito tutto americano tra reale e fittizio, sogno e realtà e asseconda il “nostro cattivo gusto” titillandoci con il pennello visivo. Ci sono alcuni indizi di questa tendenza coppoliana a compiacersi dell’ipotetica “fine della realtà”: ad un certo punto Hank commenta la perdita di autenticità nelle relazioni di coppia causata dall’americana proliferazione di luci che illuminano irreparabilmente il segreto e il mistero su cui si edifica l’attrazione e l’erotismo. Secondo indizio: Hank lavora in uno junkyard (sfasciacarrozze) il cui nome è “Reality Wreckers”. Terzo indizio: lo stile di Coppola non ha niente di realistico, cioè l’intento non è certo quello di avvicinarsi ad un effetto di realtà, non c’è trompe l’oeil , non c’è linea di fuga. Abbondano, infatti, non solo le suggestive illuminazioni già descritte ma anche proiezioni retroilluminate e controluce o sovrapposizioni, in cui le due linee narrative (lei e lui) procedono in parallelo, spesso accostandosi sullo schermo. Per esempio le silhouette scure di una scena tra Hank e l’amico che volge alla sua fine appaiono sovrapposte ad una scena principale tra Frannie e l’amica, che sta cominciando, ripresa in piena luce. Le scene dei due amanti sono separate tra loro, in questo caso, solo da una sottile membrana, una specie di sipario sottile, quasi trasparente che rimanda decisamente più al teatro Off-Broadway che al cinema.
Con un certo acume, a mio parere, è stato detto da Carrie Rickey nel breve saggio Let Yourself Go!Three Musicals Sing One from the Libido(in Film Comment, 1982) che se da un punto di vista iconografico questo film può ricordare le sitcom e i game show della tv americana, stilizzati, illuminati dai neon, strillati, il plot, invece, è “strictly from Oz”: i caratteri devono separarsi dal loro covo domestico, incontrare il glamour dello strip, tuffarsi nell’abbraccio caldo di un altro corpo per poi finalmente concludere che “there’s no place like home”. Ecco il riassunto perfetto di questo film, inebriatevi delle immagini, imparate la morale!
Da vedere anche perché la voce roca di Tom Waits (autore della colonna sonora), a volte melensa, è un commento da godere fino in fondo a cominciare dallo spassoso duetto Picking Up After You sulla crisi di coppia cantato insieme a Crystal Gayle.
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