L’ombra del potere – The Good Shepherd
Da sempre, la tentazione del cinema americano è quella
di puntare i riflettori sulla storia del proprio paese per scandagliarne le
ombre e portare allo scoperto gli scheletri. Ma se il cinema indipendente
stringe il campo sul presente o sul passato prossimo con una massiccia
produzione di documentari, il cinema hollywoodiano preferisce scardinare le
storie del passato, quelle ormai ingessate nel mito e nella leggenda. Così a Gangs
of New York di Scorsese, o
al recente split-film su Iwo Jima di Clint Eastwood, ecco aggiungersi L’ombra
del potere di Robert De Niro.
Il film, allacciandosi alla fulminante carriera di
Edward Wilson – un ottimo e gelido Matt
Damon, come non si vedeva da Gerry di Van Sant – racconta come nacque il più celebre e potente servizio
segreto del mondo: la CIA.
Dalla società para-massonica degli Skulls and Bones (che
annovera tra i suoi iscritti tutti i presidenti degli Usa); all’OSS, l’ufficio
dei servizi strategici in attività durante la seconda guerra mondiale; alla CIA
vera e propria, progettata per contrastare l’Urss in piena guerra fredda. Ma,
nonostante il grande lavoro di ricostruzione storica, la cura e la perfezione
dei dettagli, il taglio piano e documentaristico, che eccelle soprattutto nella
precisione delle scenografie, la sceneggiatura di Eric Roth media con abilità tra la coralità con cui si dispiega la Storia e la singolarità
della vita del protagonista. Così, il motore della narrazione - che spinge il film
all’indietro in lunghi flashback -
sono gli eventi che fanno del promettente studente di Yale il capo indiscusso
del controspionaggio: un uomo taciturno, la cui vita quotidiana si svuota
mentre il potere si concentra nelle sue mani. Da notare – ed è una finezza da
sceneggiatori – che il grande amore della sua vita sarà una donna sorda:
l’unica persona che, in un mondo di spie, non può carpirgli segreti. Ovviamente,
come dice il titolo, la fotografia del film è intessuta di ombre e chiaroscuri.
Le azioni si svolgono soprattutto di notte, e tra l’oscurità ognuno mette in
atto doppi giochi. Ma non sono le azioni ciò che interessano De Niro. Anzi, per
un film del genere, di azioni ce ne sono perfino poche e la violenza è
concentrata in alcune scene, come se la riflessione e la descrizione minuta dei
Servizi potessero lasciare intuire tutto il resto – tanto che L’ombra del potere appare come l’esatto
opposto di Munich, sebbene condividano lo stesso sceneggiatore. Tra le
poche, solo una scena esplora con estrema precisione la violenza del sistema e
riannoda i fili con il presente: quella dell’interrogatorio che diventa
tortura, dove la vittima ha la testa ficcata in un sacco nero, che subito
ricorda i procedimenti utilizzati dall’esercito americano nelle carceri
irachene di Abu Ghraib. Forse lo spaccato sulla burocrazia del potere contagia
tutto il resto: un protagonista grigissimo, una regia controllata, un tono dimesso
che non strappa emozioni. Il potere è banale, ma i film sarebbe meglio di no.