Quando si fa serio, Spielberg non riesce proprio ad essere scevro di retorica. Il suo è un approccio insopportabilmente didascalico, moralista, dogmatico. Un continuo sovraccaricare le immagini e la storia di una pesantezza allegorica, che si fa integralista del messaggio che si vuole propugnare. C’era da aspettarsi quindi, che il suo excursus di due ore e passa nei fatti di cronaca legati alle Olimpiadi di Monaco del ’72, quando un gruppo di fedayn compì la strage della squadra israeliana e scatenò una faida sotterranea tra israeliani e palestinesi, si trasformasse in un interminabile tour de force sulle lezioni impartite dalla storia e sul delicato equilibrio tra i due popoli.
Spielberg è così preoccupato di apparire
equidistante e freddo documentarista delle posizioni in campo, che
riduce a rapide scenette teatrali le parti più delicate, quando si
parla di principi ed etica, ed espande all’inverosimile la parte
centrale, legata ai diversi attentati e quella finale, con il
protagonista sempre più ripiegato nei suoi rimorsi. Golda Meir espone la sua filosofia, con contrito e misurato ardore: «Ogni civiltà scopre che è necessario negoziare i suoi più alti valori con molti compromessi».
Da qui si dipana la storia, che si trasforma rapidamente in una spy
story, venata di esotismo europeista, con tutte le principali capitali
europee passate in rassegna come luogo dei diversi attentati.
Quello che giova al film, oltre all’ambientazione, è sicuramente il gruppo di attori. Una prova esaltante quella dei cinque agenti del Mossad, capitanati da un Eric Bana particolarmente efficace. Un bravissimo Mathieu Kassovitz e un irriconoscibile Geoffrey Rush fanno da corollario, in un film dove anche i caratteristi sembrano brillare, forse anche per l’impianto decisamente teatrale delle sequenze incentrate sui dialoghi.
Un'altra summa della retorica spielberghiana viene poi esposta nell’indigesto finale, dove Eric Bana vive a New York, assediato dal terrore e dal rimorso. Sempre più ossessionato da un possibile agguato, corre ad una cabina telefonica e chiama il patriarca francese che gli aveva dato i nomi dei fedayn da eliminare. Questi recita il suo aforisma da terrorista: «Noi siamo uomini tragici: mani da macellaio, animi gentili». I nemici non sono né di qua, né di là e chi si sporca le mani nel sangue non riuscirà a lavarsi la coscienza. Due ore e passa per arrivare a dire l’ovvio. Ma nel mezzo, almeno un po’ di azione l’ha messa.
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