Solo il tempo saprà dire se Terry Gilliam è un autore sottovalutato o un autore sopravvalutato. Paradossalmente al momento sembra vicino ad essere entrambe le cose. Sottovalutato da un pensiero cinematografico di superficie che gradisce sempre meno scossoni, ruvidezze e inquietudini che non siano meno che chic o all’ultimo grido (in tutti i sensi). Viceversa, sopravvalutato Terry lo è di sicuro dall’accolita di entusiasti cinephiles, disposti costantemente a passare su questi e quei difetti, pur di raddrizzare il torto storico che investe la reputazione dell’autore maltrattato dagli Studios. Gilliam è in altre parole un autore sempre più vicino alla categoria dei Carpenter e dei Cimino. Deliziosamente rétro e fuori moda. Fuori tempo certamente. Tidelandarriva in 4 salette in tutta Italia, con un ritardo di due anni e una nomea di film difficile. In altri tempi sarebbe stato un perfetto “Midnight Movie”. Un “Alice in Wonderland meets Psycho” e anche un po’ Texas Chainsaw Massacre. Orrore e delizia negli occhioni da manga di Jeliza Rose una Jodelle Ferland di bravura eccelsa.
I bambini ci guardano diceva De Sica e la quintessenza
dell’ultimo Gilliam sta tutta nella giovane lolita che guarda il mondo
e traduce le brutture in fantasiose meraviglie. Gilliam gioca allora a
inscenarle intorno un lungo luna park degli orrori. Un andirivieni
costante tra interni cupi e luridi e spazi dilati di granoturco non
meno claustrofobici. Un southern gothic che si alimenta qui e lì delle
solite strizzatine d’occhio di marca surrealista e fantasy come le
inquietanti testoline di bambola che la piccola Rose anima sulle
proprie dita, proprio come il Danny di Shining si metteva in contatto con il suo amichetto immaginario Tony.
Non mancano i soliti strambi personaggi ai confini della realtà in una umanità freak fatta di vedove dark, giullari down e uomini imbalsamati (una performance da Oscar per Jeff Bridges, non c’è che dire…). Cinematograficamente Gilliam va alla ricerca di tempi lunghi e spazi dilatati, l’onirismo corteggiato a più riprese si traduce in un’unica bolla di sapone che imprigiona la nostra protagonista, come certi grandangoli così storti che nemmeno in Arancia Meccanica. Ma il difetto di Gilliam non è nella confezione dove eccelle come sempre, ma nel suo tirar la mano poco prima che questa si bruci. In altre parole Gilliam mostra di non avere né il gusto per l’orrore puro di Philip Ridley (il cui Reflecting Skin è certamente un referente diretto del film), né tanto meno l’alchimia del meraviglioso di Victor Erice (El Espiritu de la Colmena). Ciò non toglie che Tidelandsia un film profondamente personale nel suo essere così senza misura, senza baricentro, difettato e difettoso, collocandosi idealmente più vicino a Paura e delirio a Las Vegas che non a Munchausen o Brazil. Un film che dà certamente cibo agli occhi e alla mente e che crescerà silenzioso negli anni, trovando il suo pubblico di affezionati. Gli stessi cinephiles di cui sopra, probabilmente.
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