C’era da aspettarselo che si sarebbero incontrati. Due personalità, similmente sopra le righe e piene di una stessa, malinconica e amara, ironia. Bill Murray e Jim Jarmusch hanno due caratteri che fanno rima e, indipendentemente dalle rispettive carriere, lo si era capito benissimo già dall’episodio di Coffee And Cigarettes, intitolato Delirio, dove un Murray più stralunato del solito duettava con GZA e RZA del Wu Tang Clan.
Le cronache hanno poi decretato ufficialmente il successo della coppia, quando allo scorso Festival di Cannes Broken Flowerssi è aggiudicato il Gran Premio della Giuria. Il film, interamente costruito sulla figura del protagonista, è una deliziosa commedia con retrogusto amaro e disincantato, come è sempre più raro vederne al giorno d’oggi. Dedicato a Jean Eustache, perché "La maman et la putain è il più bel film sulla mancata comunicazione tra uomo e donna”, il film narra la storia di un uomo spento, Don Johnston (“con la T” come ripete a tutti quelli che quando sentono il suo nome, fanno un sorriso pensando al protagonista di Miami Vice) che in un salotto anonimo e freddo, passa le giornate immobile a vedere Le ultime avventure di Don Giovanni, classico del 1934 di Alexander Korda. L’arrivo di una lettera rosa, non firmata, che gli comunica l’esistenza di un figlio avuto con lui a sua insaputa, incomincia a corrodere la patina gelida della sua esistenza.
E’ il dramma di un uomo senza legami, ingrigito dai suoi successi nel lavoro e da una serie indefinita di relazioni sentimentali accese e spente come degli interruttori. Il suo vicino di casa, appassionato di gialli, decide di preparagli un piano di azione per smuoverlo dal suo languore. Don farà visita alle donne con cui aveva avuto una relazione in passato, e che più probabilmente avrebbero potuto avere un figlio da lui.
Il film si trasforma di conseguenza in un road movie: un viaggio nell’America di provincia, quella dei piccoli centri, diversi l’uno dall’altro. L’occhio di Jarmusch ha una leggerezza nella descrizione di questa piccola America di periferia, che lo può accomunare solo a Frank Capra. Di suo ci mette l’ironia, così sottile e profonda, che te ne accorgi sempre un momento dopo. Inevitabilmente, lo sguardo si sposta anche sulla donna contemporanea. Quattro piccoli ritratti che hanno la poesia di un Raymond Carver. Sharon Stone, svampita e sexy, con una figlia “Lolita”, di nome e di fatto; Frances Conroy congelata nell’idea della brava moglie e sposata con un imbolsito uomo qualunque; Jessica Lange stravagante, affermata in un improbabile lavoro di comunicazione con gli animali e una feroce, disillusa e irriconoscibile Tilda Swinton che chiude il quadretto a suon di heavy metal, Harley Davidson e pugni in faccia.
La parentesi al cimitero per trovare la quinta possibile madre, si trasforma in un canto poetico e melodrammatico sulla solitudine di quest’uomo. Solo e sempre più triste, Don acquisisce la consapevolezza che un legame con qualcuno e un figlio sono condizioni necessarie e non accessorie per la vita di un uomo. Il finale, su cui taccio, è probabilmente uno dei più belli mai visti al cinema.
Alla fine, la filosofia del film Jarmusch ce la consegna attraverso le parole di Murray, che accentua ancora di più l’impenetrabile solitudine dello sguardo mostrata in Lost In Translation: “Il passato è passato, il futuro non è ancora qui, e non lo posso controllare: e quindi immagino che si tratti soltanto di questo… del presente".
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