In certi casi sembra impossibile non lavorare sulle aspettative create e lì rimaste. Dummy e Portishead possedevano delle differenze, il secondo maturava alcune intuizioni del
primo senza tuttavia perdere di vista una coerenza estetica che già
profumava di mito. Differente l’analogia tra l’album omonimo e il nuovo Third dei Portishead, dove
non ci sono scarti ma distinzioni, nel quale non si parla di continuità
ma di rotture. In mezzo, è vero, ci sono dieci anni ma non
significherebbero granché se alla base del nuovo platter non ci fosse
una scelta artistica forte e altrettanto netta.
Per i Portishead invecchiare ha significato togliersi del tutto dai conforti dell’hashish, dai suoni tattili e spaziali, e in un certo senso abdicare a una lucida disperazione face to face di fronte allo specchio. Una bianca e asciuttissima autoanalisi che Thirdopera soprattutto in senso arrangiativo segnando un confine e tagliando fuori ogni possibile appeal cinematografico, vintage o soulfull che sia. Nelle nuove tracce, infatti, non troviamo né uno scratch, né un basso dub, né puntine vintage che gracchiano, in poche parole, escluse le pose di Plastic, il Trip Hop è soltanto un ricordo lontanissimo e con esso sparisce pure l’idea d’ambiente sonoro (quella stilosa soundtrack hitchcockiana) a restringere il campo in un tubolare patto anglo-tedesco.
Si punta diritto alla minimal
(dark) wave fine Settanta e lo fa a suon di kraut rock e di un suo
corrispettivo motorik contemporaneo (la techno) e a siffatte regole,
pure il soul viene convertito al marrone buckleyiano con una Gibbons a
giocare vocalizzi molto meno falsettati e più rock in opposition(quando non nel più contemporaneo criptico folk magico) e
chitarre/effetti a dibattersela tra Joy Division e un range di tappeti
che vanno da un tribale Guru Guru tirato all’osso a una cassa
scorticata fino a un crudo settaggio drum machine. In mezzo (splendido
e altrettanto arcigno), il lavoro “povero” delle tastiere a mirare
ancor più indietro, fino ai Silver Apples, l’anteprima Kraut targata
Sessanta (We Carry On).
Roba quadra acid rock insomma, una due
note tenute dritte e così i campionamenti d’archi, anch’essi
decorticati per un sound che non lascia scampo se non nei momenti più
diluiti, tra un richiamo alle nostrane soundtrack anni Sessanta (Hunter) e qualche delizioso motivo d’anteguerra (il siparietto Deep Water). Non v’è dubbio che l’iniziale fascino del lavoro risiede proprio in questo spiazzante cambiamento di cui il singolo Machine Gunsi fa formidabile portavoce: pensate a un canto Grace Slick a picco
sull’orrore a cedere il passo a un plotone beats di kalashnikov e una
Luftwaffe di synth svolazzanti.
Eppure Third non è il disco che cerca di finire sulla cover di The Wire a tutti i costi, è di più, un lavoro generoso che attraverso la sottrazione da cliché è in grado di regalare (un esempio su tutti: l’assolo free jazz dentro la ballad Magic Doors). Lo scultore lavora sempre per sottrazione dal blocco di marmo, che in questo caso è un proprio retroterra di già visto e già fatto da cui emerge una statua all’inglesità tedescofila; ma – matita blu a cancellare con maestria – non è questo il punto. Di fatto mai la depressione fu analizzata in musica con tanta severa e cinematica profondità.
(8.2/10)
Scheda: Portishead
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