Recensendo il loro omonimo lavoro del 2003 ebbi il tipico soprassalto da ferita profonda. Non ci voleva molto a capire che quel disco autoprodotto possedeva ampiezza, intensità, urgenza e astrazione poetica non comuni. Dopo un lustro di esibizioni e conseguenti riconoscimenti in varie manifestazioni lungo lo stivale, i Pane esordiscono ufficialmente per la Lilium Produzioni, e lo fanno con un lavoro che rilancia le potenzialità e le aspettative circa il quintetto romano.
Una collezioni di canzoni che da par loro ridefiniscono spazi, ambiti e ruolo del cantautorato progressivo italiano, caduto in disgrazia da un bel pezzo però mai veramente estinto anzi ben vivo anche nelle retrovie del cosiddetto indie (vedi le belle prove di Luxluna e Sursumcorda). Merito delle iperboli terrigne nei testi che Claudio Orlandi interpreta con enfasi ad altezza d'uomo, a stretto contatto con la contemporaneità (inquietudini, tremori, dilemmi, estasi, incubi) e lontanissimo dal fatale abbraccio della retorica, così come degli arrangiamenti che riarticolano folk, umori colti (romanticismi Debussy, irrequietezze Bartok...) e meditabondi scenari prog, suggerendo costantemente una complessità risolta a vantaggio di messe in scena calde ed essenziali, pur sempre "da camera" ma scevre di supponenza e alterità a gratis.
Vengono in mente quindi Area e De André, certi Doors stregati dai più eterei Talk Talk, il Battiato delle gravità cameristiche in fregola CSI. Ma, al di là delle coordinate, quello che avvince è la potenza delle tracce, che si tratti di originali (il macabro languore di Testamento, la stringente tensione di Frana dolce, il dolce rappreso minimalismo di Giovanni Drogo, l'amarezza rabbiosa di una Abu Graib che stilla apocalisse come un retaggio Primo Levi) o di rivisitazioni (una Vedrai vedrai opportunamente ai minimi termini, la magnifica Tu non dici mai niente di Ferré).
Tra i più bei titoli italiani dell'anno.
(7.7/10)
Scheda: Pane
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