Harold Crick è un grigissimo agente del fisco. Da anni, ormai, fa la stessa vita. Ogni nuovo giorno è una maniacale e calcolatissima riproduzione di quello precedente. Niente sembra sfuggire alla sua contabilità: il tempo da dedicare al sonno, il numero di spazzolate ai denti, la velocità da imprimere ai suoi passi. Veste sempre uguale. Prende sempre lo stesso autobus. Lavora con ordine e cura. Ogni accadimento sembra già prescritto. Poi succede l’impossibile. Qualcuno comincia a raccontare la sua vita. La voce di una donna descrive il suo nodo alla cravatta, commenta il rumore delle sue scarpe, ordina la sua vita in sintetiche sequenze letterarie.
Quella
voce la sente solo lui e gli sembra di impazzire. Harold non lo sa, ma
da tempo è il protagonista di un romanzo. Ha vissuto, ormai, più del
previsto. Da dieci anni una scrittrice tenta di dare forma al suo
romanzo. Ma il manoscritto è quasi ultimato, non manca che il finale. E
il finale prevede che Harold muoia. Comincia così l’intelligente
commedia scritta dall’esordiente Zach Helm e diretta dal regista Marc Forster, che molti ricorderanno per il tragico Monster’s Ball. Una commedia dove realtà e finzione convergono, si sovrappongono: dove mondi paralleli, per uno strano destino, s’incrociano.
Siamo dalle parti della meta-narrativa – il genere letterario tanto di moda negli scorsi decenni, in cui gli ingranaggi del racconto, di solito ben nascosti sotto la trama e i colpi di scena, vengono rivelati e resi drammatici: gli scrittori sono messi in scena, i personaggi principali prevedono ed evadono dal piano letterario ordito dallo scrittore. Per chi ha frequentato un po’ quella letteratura, tutto questo ricorderà qualcosa di già sentito. Ma qui affiora la sorpresa. È un professore universitario esperto di lettere ad aiutare Harold. Un critico letterario ed un personaggio di finzione che si alleano contro uno scrittore, ancora nessuno lo aveva previsto. E sarà proprio il professor Hilbert, un convincente Dustin Hoffman, a rivelare ad Harold la più dolorosa delle verità. Gli eroi di carta possono pure morire, ma le loro storie – se sfuggono l’ordinario e prefigurano nuovi modi di percepire il tempo, lo spazio, i sentimenti, la vita - resistono per l’eternità.
Se regista e sceneggiatore avessero fatto propria questa massima, e avessero osato sfidare, come nei primi minuti del film, convenzioni letterarie e zuccherosi happy end da commedia, forse avremmo ricordato e apprezzato di più Harold – soprattutto, la storia di Harold. Ma più il film procede, più gli spunti interessanti, le citazioni coltissime, le battute divertenti, i surreali segni grafici, vengono coperti di melassa. Ovviamente, non è affatto un brutto film. Eppure un ritmo diverso alla regia, un tono crudele e meno dimesso, avrebbero giovato al film. Ci saremmo trovati un piccolo gioiello tra le mani. Avremmo riposto il film dalla parti delle commedie caustiche e geniali di Spike Jonze o di Michel Gondry. Purtroppo non è andata così.
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