The Departed
La cupola piena di topi sul foglietto scarabocchiato da
Costello-Nicholsonè l’immagine fondamentale delle due ore e passa del film: quel
disegno è il palazzo del governo, che appare continuamente durante il
lungometraggio. Topi, dunque. Ovunque. Lungo la scia di sangue che
attraversa il nuovo film di
Martin Scorsese,
dipingendo di porpora e viola intenso ogni scorcio di pellicola. La
trama ne è intrisa in ogni fotogramma. E i topi ne seguono il corso,
un madido fiume americano. L’idea è un remake da
Infernal Affairs,
film del 2002, Hong Kong: neanche il tempo di cominciare e il ritmo
incede. Lo sguardo del director è sicuro, magistrale, spiritato.
L’occhio della camera guarda attraverso un buco che inghiotte gli
eventi facendoli cozzare senza preavviso, con i personaggi attirati
l’uno dall’altro da sentimenti primari estremizzati all’inverosimile.
Il riso è beffa. La paura è angoscia. L’amore s’intravede in brevi
squarci, intensi accenni di fragilità, tutti sul volto di
Leonardo Di Caprio. E
Scorsese trascina fino al cuore nero dell’America, di nuovo, sulla stessa riga di
Mean Streets, di
Casino, di
Quei bravi ragazzi e del sottovalutato
Gangs of New York.
Anche le domande sono le stesse: chi è il buono? Chi è il cattivo? Chi
è Jack Nicholson che modella con la sua faccia di cartapesta un perfido
cialtrone come il boss Frank Costello? Il vulcanico irlandese è una
memorabile maschera, un uomo potente che delinea un solco sottile e
confuso tra i due infiltrati,
Departed. Di Caprio è Billy
Costigan, poliziotto infiltrato nella gang mafiosa, messo alle
calcagna del capomastro dopo un giro in galera per risultare credibile
nell’ambiente, mentre il gelido
Matt Damon
dissimula il viso immobile del detective Colin Sullivan per fare da
sponda al criminale, direttamente dal reparto investigativo della
polizia. I due iniziano insieme il corso per piedipiatti; camminano
fianco a fianco lungo tutto il film, paralleli, si sfiorano, toccano
la stessa donna e precipitano verso il destino. Nicholson
filosofeggia
e sciorina dissoluti eccessi da pappone vizioso, mentre i suoi pupilli
gli sono ai lati, come ladroni che incarnano le indefinite
sfaccettature dell’animo: altro che “
il bene e il male”, parafrasi italiana a sottotitolo dell’opera.
Qui siamo proprio nel mezzo, e i colori sono solo sfumature confuse.
Ma se il personaggio del detective di Matt Damon fa della finzione il
suo mestiere, sgusciando via da personalità e caratterizzazioni,
Di
Caprio ha dalla sua una spontaneità istintiva che lo proietta nel
cerchio degli eletti, tra i padroni della mimica pronti a rivestire il
proprio ruolo lasciando al suo passaggio segni come ferite. Entrambi,
occhi negli occhi, fino al confronto, in un duello a distanza,
continuo, fatto di sguardi e posture, di mosse e movimenti. Tra i
due, una partita a scacchi che disegna un western, a Boston, lungo il
telefono, a distanza, sul tetto di un palazzo. L’epica dello scontro,
il groviglio di un poliziesco e l’odore della periferia metropolitana
costruiscono lo sfondo dove i protagonisti potrebbero improvvisare a
soggetto, tanto è lo spessore del recitato. Ma questo è il gioco della
talpa, il gioco dei topi. Non importa chi è il traditore, chi dice le
bugie.
Departed, come divisi, dipartiti. O morti. “
Seduti a fianco di un pluriomicida il tuo cuore va a mille – spiega Di Caprio alla psicologa che ne ascolta le paranoie -
ma la mano è ferma”. Il film perde controllo nel finale, dalla sequenza della sparatoria
tutti contro tutti fino al continuo rincorrersi di rese dei conti, pur
restando ritmato e veloce.E beffardo, come il roditore che compare in
carne e ossa danzerellando sul balcone, un attimo prima dei titoli di
coda. Sullo sfondo, di nuovo, c’è la cupola del palazzo del governo.
Che chiude il cerchio.