Gli occhi espressivi e ambigui di Irena (Ksenia Rappoport) sono come il film: furbi, fintamente indecisi, eppure sospesi. Frastornati dalle immagini passate ed esitanti, molteplici. Quegli occhi guardano e sono già pronti a rannicchiarsi nel buio della città, nell’oscurità delle strade, nelle profondità del se: Irena non guarda, accenna, e il suo sguardo, mentre osserva, si prepara a ritirarsi. Mentre lava le scale del palazzo, mentre parla con qualcuno, mentre cerca la fiducia e lascia sullo schermo tracce contraddittorie, pezzi di passato, dolore e paura, ma anche determinazione, decisione. Porta con sé i segreti enunciati nel titolo, e cerca qualcosa che diventerà chiaro solo con lo scorrere del tempo: violenze da prostituta, storie torbide e dolorose, rimpianti.
Irena fa tanti incontri: dal portiere del palazzo, traffichino e timorato (Alessandro Haber), alla famiglia di Valeria (Claudia Gerini) e Donato (Pierfrancesco Favino), fino a loro figlioletta Tea, passando per Gina(Piera Degli Esposti), la badante di cui prenderà il posto. Dal passato riemerge il suo protettore Muffa (Michele Placido), inquietante cattivo estremizzato da una nudità violenta e glabra.
Il personaggio è un memorabile estremo, un punto acuminato come le forbici che lo sventrano. Ma quando il film entra nel suo clou, proprio l’esitazione del regista crea una trappola che costruisce il buco nero della pellicola, un risucchio che disorienta lo sguardo, smarrisce il filo esagerando toni e tempi. La violenza, il sangue e il dolore sono lo specchio di un film corale troppo sfilacciato, che inesorabilmente esita in costruzioni accurate e inutili.
Tornatoredelinea troppe insignificanze, dissemina il film di molliche che conducono fuori strada allentando il meccanismo narrativo, perdendo il contatto con la navigazione. La polvere d’oro sul tavolo, i dettagli che pesano, le figure in bilico tra centralità e margine, la fredda determinazione di Irena e la sua fragilità rappresentano angoli che premono sulla linea della narrazione. A quel punto la rotta è smarrita, si naviga a vista, arrivano chiarimenti e illuminazioni poco riuscite, e il film rimane a reggersi sulla tecnica, sulla curiosità ormai sfiancata e sul lieto fine che si fa strada, di forza, tra le ghiandole lacrimali. Alla fine l’effetto è stordente, il film coinvolge ma lascia appesi diversi pezzi. Restano in bilico l’indecisione nello scegliere un tema, il sovrannumero degli episodi, l’accavallarsi frenetico di risoluzioni troppo forzate e il senso di nausea per i troppi ingredienti adoperati.
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