La storia di Hollywood è piena di starlet drogate e prostituite, morte in circostanze misteriose, delle più piccanti perversioni, di produttori poco sensibili e votati al dio denaro, gente che insegue il sogno e di cui nessuno si ricorderà più niente. La storia di questo film è una di queste. Tema interessante ma il suo problema è che è raccontata male e non riesce ad intrigare. Più che altro è la sequenza degli avvenimenti che non convince e la cosa, dopo un po’, comincia a scocciare perché sembra che Coulter, la vicenda, non abbia proprio voglia di raccontarcela. Così sceglie la strada del montaggio alternato fra differenti piani temporali, pretesto che nasconde forse il fatto che nessuno, nemmeno lo sceneggiatore, avesse ben capito cosa accadde quella fatidica notte.
Il protagonista è George Reeves, divenuto celebre grazie alla serie tv Le avventure di Superman,
ben 104 episodi tra il 1951 e il 1958. Ma Reeves (l’assonanza con
Christopher Reeve è inquietante almeno quanto la tristemente nota
maledizione) nutriva ben altre aspirazioni, come dimostravano le sue
comparsate in film come Via col vento e Da qui all’eternità.
Il suo sogno finì con una morte violenta, ferito da arma da fuoco, in
circostanze misteriose nella sua casa di Los Angeles. La soluzione più
probabile fu individuata nel suicidio. Così la sua celebrità rimase
relegata ad una “sporca” mezza paginetta di uno dei libri più
pruriginosi e gossippari della fabbrica del cinema: Hollywood Babilonia II di Kenneth Anger (Adelphi, 1986).
Le cose che si salvano del film sono due: l’ambientazione, al punto giusto del glamour degli anni ‘50 quando fare film era già imporre mode, atteggiamenti, gesti (la sigaretta, la battuta wit), accessori, dalle scarpe agli occhiali. L’altra cosa sono gli interpreti: due, di carisma e di mestiere come Bob Hoskins e Diane Lane e due più giovani, Ben Affleck, che ha pure preso la coppa Volpi (mi permetto di dissentire) e Adrien Brody che convince di più, mentre commenta le vicende, dolente e ironico, beve e fuma costantemente come ogni detective che si rispetti e mastica chewing gum come i ragazzetti che sballano per il loro beniamino televisivo.
Si è sentito spesso dire che il divismo cinematografico è percepito dal pubblico come un orizzonte irraggiungibile e meraviglioso, “over the rainbow” e che, invece, quello televisivo provochi strani cortocircuiti tra la banale realtà e il tubo catodico. Insomma già negli anni ‘50 in USA (e questo dimostra quanto l’America sia la patria del pop) l’eroe visto in una serie tv veniva considerato più raggiungibile, una specie di simpatico vicino di casa dell’intera nazione. Ma gli attori tv hanno sempre patito questa condizione, trovandola svilente in confronto a quella del collega cinematografico. Che questo film parli di quanto la tv abbia influenzato il cinema lo dimostra anche il fatto che sia il regista Coulter che lo sceneggiatore Bernbaum provengono dalle serie tv (Sopranos, Six Feet Under, Sex and the City, X-Files il primo, A-Team e Halloweentownil secondo). E lo si vede dagli accostamenti tra diverse formule espressive: c’è un po’ di noir, una punta di malinconia drammatica e melensa e lo sfondo giallo del delitto da indagare, alla maniera del contenitore tv.
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