Bobby non è un film sulla vita di Robert Kennedy né un’indagine sulla sua morte. Non è ricalcato sul modello del film-inchiesta tipo JFK(Oliver Stone, 1991) perché non mostra mai, se non improvviso, alla fine, il suo assassinio e, tanto meno, una qualsiasi indagine governativa. Non era quello che Estevez voleva (o poteva) fare. Non è tanto un biopic, quindi, quanto invece un vero documento sull’importanza che Bobby aveva per la gente, sulla speranza di crescita che poteva rappresentare per le classi meno privilegiate. Il titolo del film rimanda a quel senso di comunanza che l’elezione diretta di un Presidente ha sempre riscaldato tra l’elettorato americano. Quella tanto ricercata e “nevralgica” intimità su cui si potrebbe molto discutere in quanto totalmente estranea al modello europeo e che permette di avvertire come un amico o un fratello un uomo di straordinario potere.
Nel film, attorno ai documenti
sui suoi discorsi al paese, ruota il balletto corale, di altmaniana
ispirazione, di ben 22 personaggi coinvolti a diversi livelli nel
ricevimento in onore del neoeletto Bob Kennedy all’Hotel Ambassador,
poco prima della fatidica notte del suo assassinio (ad opera di un
immigrato giordano sconvolto dal sostegno che i Kennedy avevano dato a
Israele). Sono uomini e donne, vecchi e giovani, neri, bianchi e
ispanici, gente comune, ricchi e sguatteri, tutti attirati da questa
figura carismatica nel grande sogno dell’uguaglianza dei diritti.
Questo coinvolgimento corale, in effetti, rispecchia bene la realtà dei
fatti. Bobby attirò le masse e ci riuscì anche grazie alla precedente
campagna elettorale del 1960, in cui il fratello maggiore JFK scelse la
parola d’ordine della sua amministrazione: la “Nuova Frontiera”. Una
politica progressista di vigore giovanile che poi s’infranse in uno dei
capitoli più neri e più odiati dagli americani: la presidenza Nixon e
lo scandalo Watergate.
Fra tutti i ruoli e le linee narrative, a campeggiare per intensità sta soprattutto la storia del dietro le quintedel ricevimento, con protagonisti i cuochi e gli sguatteri dell’Ambassador. È lì che Estevez punta le luci della ribalta, quasi con una struttura da musical classico, nel retroscena di un allestimento che si sarebbe rivelato tragico. Il valore di questo film stia più nel suo “impegno politico” che non nella qualità estetica; in effetti le storie delle persone comuni che Estevez racconta hanno solo il sentore della straordinaria contraddittorietà che Altmanè riuscito a intonare tra inconsistenza e spessore e non potrebbe che essere così. Nononostante non sia un biopic sortisce l’effetto tipico del biopic, ovvero ripassare la storia! Da quel periodo nevralgico del ’68 americano, tra guerra in Vietnam e fuoco e fiamme delle Black Panthers, alla contemporaneità dove altre guerre sembrano combattersi con le stesse premesse e conseguenze. E lo splendido cast che ha deciso di partecipare, tutto ben chiaramente schierato, sta proprio a dimostrare questa operazione ideologica.
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