Se tre indizi fanno una prova, allora molto probabilmente siamo di fronte ad uno dei più grandi gruppi italiani del terzo millennio. Tarlo Terzo supera sul suo stesso terreno i capolavori Tornare Alla Terra (2005) e Non Io (2007), album che credevamo insuperabili; e per farlo sfrutta lo stesso, riuscito connubio tra scrittura alta, ricercata, sentita e musicalità scarna, minimale, aspra. Sul versante strettamente musicale si avverte qualche minimo cambiamento: le atmosfere si fanno notturne e urbane, sfocate dai neon delle metropoli moderne, pur mantenendo in nuce i caratteri ormai classici del duo Dorella-Succi. Un minimalismo elettrico ed acustico che si rifà di base ad una forma arcaica di blues (Lina e Lui Verrà ne sono esempio perfetto) ma sfrutta spesso sapientemente dinamiche “altre” e rielaborazioni da generi “distanti”: il dub cavernoso (Seme Nero), gli inabissamenti da subwoofer electro (I Suoi Brillanti Anni Ottanta), le aritmie technoidi (Mestiere Che Paghi Per Fare), gli accenti trip-hop sparsi a destra e a manca. Tutto ovviamente rielaborato in chiave BDP.
In questo senso è sublime l’incessante lavorio di Bruno Dorella (di spazzole e clava) su un drumset che definire scarno è poco. Ma come sempre quando ci si trova di fronte ad un disco dei BDP, non ce ne voglia il buon Bruno, è la poetica succiana a prendere il sopravvento. Tarlo Terzo è così, ancora una volta, un tarlo letterario che si insinua nella testa di chi ascolta. Un qualcosa che scava dentro l’ascoltatore; che non richiede attenzione, ma la pretende. Quella di Succi è una scrittura che non ha simili, che piega la metrica al messaggio con una (apparente) facilità disarmante e che prevede una ricerca sulla parola infinitamente superiore a molti letterati di professione. Si materializza così l’apocalisse di Giovanni. Tra omeriche citazioni e rimandi a Paolo Conte, tra l’Indovinello Veronese e l’estetica dell’incertezza, scorre una visuale lucida sull’esistenza e sulla contemporaneità che dimostra l’immenso lavoro sul testo compiuto da quello che è davvero uno dei migliori (il migliore?) parolieri italiani. Bachi Da Pietra è l’esperienza più sfiancante e appagante del panorama “rock” italiano.
(8.0/10)
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