Un disco. Una visione. Un tunnel orror alla ricerca delle origini autodafé della tecno dei padri ma di più. Torna sul buco delle origini (sue) electroclash mettendo a contatto punk (ma non pink), circuiti e in una parola mentasm. Un disco che esce dalla solita (che palle) minimal ed entra nella techno contemporanea. Adulta. Adulta e indipendente. Uno stile che si dice e diciamo invidiabile perché come il guru Villalobos (parola chiave dilatazione) il ragazzo fatto uomo intraprende un cammino serio. Secco e nondimeno Space. Via dalla Gigolo il disco, infatti, vede la luce per la Factory dell’amico David Carretta. I mezzi insistono su una palette sonora ossessiva e piena di spunti acidi, come se la techno fosse stata imbrigliata con l’electro e con le esperienze dell’etichetta di Hell. Un semplice ritorno alle faccette giallE che ridono? No. Le tracce di Adriano sono meditazioni sul presente del ritmo, si dissociano da una semplice ballabilità e indagano gli spazi che sono ancora rimasti da esplorare del quattro. L’opening semimanifesto The Embryonic Stage ci introduce al motivo che percorre tutto il disco: la mutazione definitiva della minimal in qualcosa che non può essere definito con precisione, in quanto appunto ‘sta cambiando’. Si va dalla trance acidissima di Turkish Testosterone ai ricordi industrial di Lipstick Live, dalla bellissima ambient ossessiva della titletrack al richiamo alle esperienze electrosweat nell’incubo Transfiguration. Uno che ha trovato (finalmente!) il perché nei confini, nella mutazione e nel passaggio. Oggi non solo cambiamenti sessuali, ma anche e sempre più musicali. Accennare quello che sarà il nuovo non serve, il nuovo bisogna cavalcarlo. E Adriano è il miglior condottiero che possiamo permetterci, Freddie Kruger (???) del dancefloor.
(7.5/10)
Scheda: Adriano Canzian
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