Col terzo lavoro i Those Lone Vamps proseguono la loro peculiare - e niente affatto scontata - parabola di normalizzazione. Lo capisci fin dalle prime battute di Prairie, che assieme a Nyasa abbozza movenze da ballad tipo il Lanegan più brumoso altezza The Winding Sheet, per non dire del Cave arcigno ma narcotizzato che aleggia ad esempio in Chevy e Turn. Certo, si tratta pur sempre del famigerato duo Clocchiatti-Trevisan: difatti ci sono le litanie psicotiche, c'è la frenesia implosiva, l'ansia di esternare sketches brucianti, quegli scatti di vitalismo incontenibile, fulmineo e liberatorio (Mud, Built).
Ma indubbiamente si avverte una tensione che spinge dall'interno le pareti, un movimento che dilata e distende le strutture, che cerca e in parte trova un passo più lungo su cui regolare il registro dell'irrequietezza. Non dico che sia auspicabile ritrovarseli nel novero delle consuete proposte alternative, con tanto di singolo e la clip di prammatica per i canali più occhiuti. In effetti, la loro cifra espressiva non sembra negoziabile. Tuttavia c'è oggi un pertugio che prima non c'era. Ed è, almeno per me, una buona notizia.
(7.0/10)
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Sembra piovuto dal nulla ma da anni gira nell'underground out-hop USA. A Sufi And A Killer è una rivelazione. Oltre la Warp e l'Anticon, lo yoga e il misticismo, Tom Waits e Flying Lotus...
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