L'ultimo disco di Paolo Conte che ho davvero amato è Parole d'amore scritte a macchina, correva l’anno 1990. Uno di quelli che in assoluto più amo è l'omonimo del 1984. Proprio perché sembra porsi in un'ideale mediana tra questi due, la qui presente ultima fatica mi ha fin da subito riconciliato col grande astigiano, la cui opera recente troppe volte sembrava battere su tasti interlocutori, giochicchiando con l'incommensurabile bagaglio di teatrini, le schive danze, lo spettacolo d'arte varia d'un uomo innamorato (anche) di sé. Meritatamente, sia chiaro. Però di canzoni - quelle canzoni come squarci di poeticissima disillusione e mitologie ad alzo zero - poco o nulla di memorabile. Esercizi e variazioni di stile, perlopiù. Invece, inaugurando il sodalizio con la Universal, Conte torna ad inseguire canzoni. Raccolte, rapite, enigmatiche, altere, vaporose, bizzarre, allegre, romantiche. Canzoni che non temono - come già accadeva ai tempi di Max – d’affidarsi quando e quanto occorre ai suoni sintetici, di coprire con impermeabili di plastica i rimbrotti esistenziali, lo spleen meditabondo e l'amabile guittezza di chi tra swing e milonghe ha saputo ballare di tutto (con felpato riserbo, ça va sans dire). Difficile scalfire i quartieri alti di cotanto canzoniere, ma se Velocità silenziosa e Silver Fox si limitano a rimpolpare la fanteria scalpitante, se Coup de Theatre rinverdisce certi esotismi immaginifici di periferia (tipo Aguaplano), e se Ludmilla va a riprendersi (con gli interessi e un ghigno sotto i baffi) il testimone raccolto ere fa da Capossela, ci sono una Danza della vanità che ciondola con sgualcito abbandono tra molli latinerie e quella title track dalla criptica vaporosità, due episodi degni di insidiare posizioni di riguardo nelle scalette che l'infaticabile avvocato porterà con prevedibile successo nei teatri d'Europa.
(6.8/10)
Scheda: Paolo Conte
Pubblicazione: 01 Novembre 2008
File under: Cantautore
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