C’è gente che pur seguendo un proprio ritmo non ne vuol sapere di star ferma e Phil Spirito è tra costoro. Dopo i favolosi trascorsi con i Rex e il “dream team” del post rock chicagoano HiM (per tacer dell’eccellente ma isolato disco dei Loftus), Phil ha perfezionato il linguaggio degli oRSo lungo un decennio tondo. Tanta amorevole cura si porta via anni e ben quattro separano questo terzo disco dal predecessore, il più cantautorale My Dreams Are Back And Better Than Ever. Si guarda invece al debutto, qui, benché gli spigoli si siano lievemente arrotondati; la qual cosa non significa affatto che la mistura di Waits, Beefheart e sonorità popolari americane ed europee abbia perduto smalto. Tutt’altro: semmai è diventata più scorrevole per meglio scaldarci attorno al fuoco con violini in fuga per praterie della mente e cori da pionieri alticci, tessiture di corde scordate e percussioni raccattate per strade. Partito come formazione aperta (al solito prestigioso il parterre l’elenco degli ospiti in cui spiccano i Califone pressoché al completo), il progetto si è stabilizzato ora attorno a un quartetto in cui figurano la tastierista e cantante Libby Reed, Rob Stephenson alla chitarra e Dylan Ryan al vibrafono. Il risultato è la “solita” miscela di calma acustica e rustico borbottare, di strutture blues contorte e melodie antiche che si regge in piedi benissimo da sola se la conoscenza degli argomenti non fa difetto. Occhio però a parlare di routine, perché se i temi girano in tondo - com’è giusto quando hai a che fare con la tradizione popolare - le sorprese non mancano, valgano per tutte la parentesi jazz nella malinconica Way Way, una Warm Up a spasso tra Carpazi e atonalità, il pianoforte classico di Nice To See You. A ricordare su che terreno camminiamo ci pensa il resto, ad esempio l’esplicativa I’m High da Crosby, Stills & Nash alle erbe, una Protest Song che svolazza sopra ricordi The Band, il valzer alcolico To Be Held. Cult-band perfetta, oRSO: modesta solamente per come porge la propria musica e viceversa grande nel far dire semplice l’attitudine appartenuta a Kaleidoscope e Camper Van Beethoven. E, postilla personale, capace di scavarsi un cantuccio nel cuore per come mi ricorda - nel torpore onirico delle atmosfere - il country narcolettico dei misconosciuti e genialoidi Souled American.
(7.0/10)
Scheda: oRSo
Pubblicazione: 01 Novembre 2008
File under: post folk-blues
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