Avremmo potuto cominciare questa recensione parlandovi di chi i Blessed Child Opera li ha costruiti, fortemente (e)voluti e sostenuti, con un gran lavoro e una dedizione paragonabile solo al rapporto che lega un padre al figlio: quel Paolo Messere già negli Ulan Bator e nei Silken Barb che dal 2000 spende sudore e lacrime per far crescere questa sua particolarissima idea di alternative country. Avremmo potuto rubare due minuti del vostro tempo per raccontarvi dell'opera precedente pubblicata dal gruppo, quel Looking After The Child che a suo tempo raccolse consensi unanimi pressoché ovunque. E invece finiamo a parlare della musica, anche perché quella di Happy Ark lascia davvero a bocca aperta.
Una successione di puntuali rallentamenti sospesa tra country e crooning, malinconici paesaggi wave presi a prestito dai Depeche Mode e scenari desertici: una formula stridente nelle intenzioni ma placida nei toni, cesellata da inserti strumentali raffinati e soluzioni ricercate negli arrangiamenti. Come quelli che convertono il Johnny Cash di Everything Touch Me in un crescendo pulsante e volatile o magari quelli che fanno scivolare gli arpeggi soffusi di Words And Kicks in un tappeto di chitarre elettriche. Un andata e ritorno tra raffinate partiture acustiche, suoni sotterranei, sfumature accessorie – loop, samples, clarinetto, tromba, vibrafono, tra le tante -, soffici venature psichedeliche ben rappresentate da episodi come The Chain o Humiliating Whine.
(7.4/10)
Scheda: Blessed Child Opera
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