Recensione
Self Titled Little Joy
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Exotic strokes rock Voti redazione e staff

Little Joy

Self Titled

Rough Trade

Stavolta Devendra Banhart non c'entra. Almeno, non direttamente. Ok, ammettiamolo: senza la sua forza centripeta questo (altro) progetto collaterale di Fabrizio Moretti - batterista degli Strokes, recentemente coinvolto nell'operazione Megapuss - non avrebbe avuto luogo. Difatti, il buon Moretti e Rodrigo Amarante - cantante e polistrumentista negli Hermanos - avevano sì stretto amicizia tre anni orsono in un festival a Lisbona, ma è durante le sessioni d'incisione dell'oppiaceo Smokey Rolls Down Thunder Canyon del buon Devendra che si sono davvero "incontrati", gettando le basi dell'avventura Little Joy, terzetto completato dalla graziosa Binki Shapiro, cantante e musicista losangelina (nonché morosa del bel Fabrizio). Siccome stiamo parlando di un disco che persegue da par suo una regressione pre-psych, ovvero al folk-errebì sul punto di imbizzarrirsi garage, pervaso di influssi Baja California e languori doo-wop, vedete bene che l'aura devendriana gli è tutt'altro che estranea.

Organi tiepidi, il banjo birichino, qualche ottone se occorre, i luccichii del glockenspiel, la grana fragrante e legnosetta delle percussioni, quelle chitarrine che grattugiano con arguzia e discrezione, le voci velate da una membrana vintage: tutto sembra svolgersi in un sortilegio bonario ma allusivo, il cuore dedito all'equivoca innocenza, all'euforia irrequieta pre-Vietnam, tempi di certezze da cold war e speranze new frontier, qualcosa su cui meditare insomma in relazione all'oggidì. 

Sia come sia, ci sono queste canzoni, allegramente dinoccolate (How To Hang A Warhol, Brand New Start), languide e fascinose (With Strangers, Unattainable), amabilmente ipnotiche (una Don't Watch Me Dancing che impasta i Velvet Undergound più soffici e Cat Power), dalla verve turgida e disinvolta (il reggaettino strinito di No One's Better Sake, quella Keep In Mind che riposiziona gli Strokes un quarantennio addietro), infine una Evaporar che cincischia bossa struggente come un Caetano Veloso sotto valium. Tiri le somme e ti ritrovi con un gioiellino innocuo ma gradevole, sostenuto da una scrittura sorprendentemente ispirata. Alla peggio sarà statistica per i posteri, quando di questa ondata nostalgica toccherà fare contabilità.

 

(6.7/10)

Scheda: Little Joy

Pubblicazione: 01 Novembre 2008

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2008)

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