Misbegotten Man, secondo album dei People(dopo l’esordio, prima uscita della I And Ear), è uno di quei dischi che uno ascolta solo se ha pazienza e dedizione; costa fatica, ma non fisica, come può essere con i rumori estremi, ma cognitiva, come può essere con una batteria senza sosta, lontana anni luce dalla ripetitività, che sembra essere suonata da Kevin Shea, accompagnata (anzi abbandonata) da una voce femminile che non sembra curarsene e che, all’opposto, segue solo gli arpeggi della sua chitarra.
Il fatto è che il batterista dei People è davvero Kevin Shea, mentre la voce angelica che sembra suonare l’arpa sotto la doccia è Mary Halvorson. Che davvero possano fare un disco intero di brani-canzoni dove ignorarsi, essere reciprocamente sfilacciati, indifferenti? Certo la tradizione che sta dietro a questo procedimento non è breve, e il rischio è diventare l’ennesima replica della replica della trota beefheartiana. L’unico modo di evitarlo è che si crei una sinergia nello smembramento; ma, d’altra parte, gli esperimenti di accordatura tra voce e batteria negli Storm And Stress andavano già in questa direzione (con un’efficacia ineguagliabile); non ce ne accorgevamo, forse, per via di Ian Williams, che monopolizzava i flash dell’attenzione.
Di esperimenti si tratta, insomma, di sonde che vogliono segmentare in modo inedito la contrapposizione popolare/avanguardia. Non per nulla sul My Space del duo si citano, come riferimenti musicali, il batterista jazz(rock) Jack DeJohnette e Robert Wyatt. Entrambi giocolieri con le armonie, ma anche decisi a non restare nell’élite.
Certo alla lunga questo disco può stancare. Ma Kevin Shea sta
scandagliando delle possibilità, fa dei tentativi; lo ha fatto coi Talibam!, lo ha fatto nei People nei Get The Peoplee mille altre volte; probabilmente dovrebbe concentrare il suo
caleidoscopio di tute mimetiche in un unico disco, che suoni un po’
come i Talibam!, un po’ come i People, un po’ come gli Storm And
Stress, un po’ nella veste di batterista free-free-free (con tanto di
tocchi di gomito, sberle e pugni delicati sui tamburi), come lo si è
visto dal vivo, di recente, sempre coi Talibam!.
Sarebbe di certo un capolavoro retroattivo, il filo conduttore, inutile dirlo, ce l’avrebbe già, la sua torrenziale batteria. La storia purtroppo non si fa con i se e con i ma, né le recensioni coi chissà eppure sapremmo già parte del nome di quell’ipotetico prodotto: esso, infatti, conterrebbe, dati statistici alla mano, la parola “People”.
(6.6/10)
Scheda: People
Pubblicazione: 18 Gennaio 2008
File under: Free Folk, Post Rock
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