Non cambia la calligrafia di Forastiere, anzi sì. E parecchio. Te ne accorgi se la guardi in trasparenza, un ispessimento della trama che non ne pregiudica la chiarezza. Del resto le sue composizioni per chitarra solista sono quel che vogliono essere, cortine fumogene di visioni appese al sentiero dei ricordi (sentitevi soprattutto Fase 1 e Fase 2), tremori muti come sguardi pieni di sentenze (L'uomo vuoto, Rito) e orizzonti scolpiti col martello del malanimo (Cammino), come un Fahey (L'attesa) o un John Martin (Danza forastiera) più o meno languidamente arresi ai frugali scenari di Lucania, terra natia di Forastiere.
Poi, ovviamente, c'è la traccia che dà il titolo all'album, registrata dal vivo assieme ad un'orchestra d'archi, e allora quel senso di filmico sogno, quel procedere morriconiano etereo e pensoso assediato da arguzie etniche e medievaleggianti, sembra gonfiarsi come un dirigibile, impegnarsi in un decollo intimo e orizzontale abbracciando una rotta più ampia. Un disco da accogliere sospendendo i ritmi, le ansie annidate nel quotidiano tirare avanti la carretta.
(7.2/10)
Scheda: Forastiere
Pubblicazione: 01 Novembre 2008
File under: Folk
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