Ci sono musicisti che rivelano le proprie capacità nel momento in cui si misurano con un brano altrui. Alcuni escono con le ossa fracassate e altri se la cavano senza aggiungere una virgola al già detto; altri ancora, com’è caso con questo ragazzo del Kentucky ingaggiato dalla Sub Pop in ragione d’un semplice demo, coronano lo sforzo di indossare e ritagliarsi su misura ciò che, originariamente, non è loro. Ecco, se vi occorre una prova che dia la misura della quieta e riservata bellezza di Stray Age, puntate la traccia numero sei delle undici che lo compongono. Who Knows Where the Time Goes dovrebbe sedere nella categoria delle “canzoni intoccabili” per come fu vibrante predizione di un destino, quello di Sandy Denny che la fece ultraterrena con i Fairport Convention di Unhalfbricking.
Ebbene, lungi da operare gratuiti stravolgimenti, Moore vi si accosta in punta di piedi, anzi di piano, spazzole jazzate e timbro vocale da limpida confessione che lo traghettano sull’altra riva, sano e salvo. Pensatelo un Nick Drake a stelle e strisce rivisto con la chiave minimale di Neil Halstead (Every Color And Kind, la title-track), capace tuttavia di offrire alata malinconia come un Chet Baker prima della caduta e così intingere il country-folk nel jazz (The Hour Of Sleep). Senza dimenticare il tributo pagato ai Giganti attuali, riverberati nelle progressioni armoniche (la tesa Where We Belong e una più sorridente That'll Be The Plan: degne del canzoniere oldhamiano), altrimenti da una macchia d’inchiostro scivolata fuori dal pennino (It's You tallona l’ultimo Micah P. Hinson: pure il pianoforte sa di bar all’ora di chiusura).
Il feeling delicato e l’atmosfera notturna diventano palpabili, si spandono nell’aria e perdurano dopo l’ascolto, incuranti che al disco si sia lavorato in tre differenti momenti tra l’autunno del 2007 e il febbraio di quest’anno: l’unità d’esecuzione e la coproduzione impreziosiscono senza trucchi una penna che soppesi di già matura, solida. Lo fai in ragione di quanto sopra descritto, di una The Old Measure sospesa tra praterie e brughiera, di piano e corno malinconici in By Dream, del porgersi di una mezz’ora abbondante che respiri come aria antica ma attuale. Non fosse l’oggi quel marasma incontrollabile e confuso che è, mi sentirei di scrivere che il futuro di Daniel Martin è radioso. Regolatevi di conseguenza, e al diavolo i dubbi.
(7.7/10)
Scheda: Daniel Martin Moore
Pubblicazione: 01 Novembre 2008
File under: Folk rock
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