Ci sono registi che portano il proprio stile esposto in evidenza, come se fosse un biglietto da visita. Sono autori che potremmo grossolanamente far risalire a Orson Welles e - sempre grossonalamente - etichettare come “virtuosi”. Poi ci sono i “minimalisti”. Registi dai movimenti di macchina invisibili e dallo stile impalpabile, che potremmo porre sotto un padre putativo come Howard Hawks. Gus Van Sant, nonostante (anzi a maggior ragione) la sua recente infatuazione per lo sguardo rigoroso-chic che arriva dell’est Europa (Bela Tarr), è certamente un fedele crociato della prima categoria. Il regista di Portland è uno che mentre fa film si guarda dall’esterno e fa in modo di calare questo controllo sui suoi giovani protagonisti come se li riprendesse di riflesso. Quando vedi un film di Van Sant, vedi prima il suo stile e poi quello che il suo stile riprende. Per lui val bene il celebre adagio di Godard che sentenzia: “Lo stile è l'esteriorità di un contenuto, il contenuto, l'interiorità dello stile”.
Qualcosa che infatti gli è valsa già due premi ambitissimi in quel di Cannes dove la sua grafia così elegante e il suo contenuto così moderno hanno fatto la gioia dei soliti Cahiers du cinéma. Quindi stile e contenuto, come forma e sostanza. Con stile Paranoid Parksi concentra sulla cosa più difficile da fare per il cinema, quella di rendere il mondo interiore di un soggetto. E’ quel quid che manca per forza di cose a questo medium rendendolo zoppicante e incompleto se paragonato per esempio alla letteratura. Infatti tutto quello che Van Sant può fare è cercare di rendere l’idea di com’è il mondo visto da un adolescente, con risultati che questa volta lambiscono la video arte. Probabilmente è un’evoluzione naturale per quel taglio da onirismo in super 8 dietro cui è sempre andato dietro fin dai suoi primi film. Quello che davvero rende Paranoid Park un ulteriore passo in avanti nello stile Van Sant è l’attenzione per la traccia sonora e per il suo legame con l’immagine. Tanto vale allora ragionare per sequenze e ricordare quella bellissima del dialogo tra il protagonista Alex e la sua ragazza bionda Jennifer, con stacco totale delle parole e musica di Nino Rota (da Giulietta degli Spiriti) in sottofondo. L’unica cosa ad essere ripresa è la progressiva alterazione di lei (lui la sta lasciando) e l’espressività delle labbra che emanano parole mute. Una bella parabola di quella che Antoine Thirion (firma dei Cahiers), definisce luogo “dove l'era della steadycam si ricongiunge con quella del cinema muto” per arrivare ad una totale spersonalizzazione di contesto da epoca Youtube, diremmo noi (in attesa di vedere i nuovi De Palma e Romero che proprio in merito dovrebbero esprimersi).
Sul contenuto poco di nuovo da dire, o meglio… Alex è evidentemente l’ennesimo Elephant-Boy che registra su se stesso l’apocalisse della gioventù contemporanea. Ma i ragazzi di Van Sant sono, anche questa volta, come sospesi e implosi dentro se stessi. Non hanno mai la volgarità indie-alternative dei Kids di Larry Klark o Harmony Korine, né tanto meno la graffiante iconoclastia dei giovani ai limiti di Gregg Araki. I ragazzi di Van Sant sono come topi di laboratorio. Sempre più distanti dalle figure autoritarie (i genitori di Alex non si vedono… si intravedono) e da loro stessi. Sono come degli enigmatici pesci muti e Paranoid Park è il loro allucinato acquario.
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