Le precisazioni e le rettifiche sono arrivate puntuali. Sembrava impossibile, infatti lo era. O forse no. Di questo misunderstanding di metà inverno resterà almeno questo, il fermento che ha scosso i media (il web soprattutto) alla notizia che forse la SIAE avrebbe perso il regime di monopolio. Come saprete, in realtà la famigerata bozza del decreto liberalizzazioni conteneva un riferimento alle società di riscossione dei diritti degli interpreti e degli esecutori. Nel mirino ci sarebbe quindi non la SIAE ma il Nuovo IMAIE/SCF (acronimo per Società Consortile Fonografici). Ovviamente ci attendiamo ulteriori sviluppi, puntuali distinguo, limature, concessioni e via discorrendo, insomma il consueto campionario delle trattative gelatinose cui siamo ahinoi abituati. Mi preme sottolineare tuttavia che, anche se questa piccolissima rivoluzione venisse del tutto o in parte disinnescata, potremmo dire comunque di aver assistito ad un passaggio fondamentale, forse ad un vero e proprio turning point.
Sono i fatti, o meglio la loro provenienza a suggerirlo. Negli ultimi mesi sembra proprio che il dissenso nei confronti della SIAE abbia ampliato l'organico, provenendo non più dai soliti paladini di Copyleft e Creative Commons, da qualche artista cane sciolto post-maoista o anarcoide, da quelle poche centinaia di migliaia di pirati che infestano la rete spacciandosi per utenti comuni, eccetera. No. Lo scorso settembre, ad esempio, il più che sobrio Sole 24 Ore pubblica sull'edizione online un articolo che gira il coltello nella piaga della posizione monopolista, evidenziandone i difetti in termini di efficienza e costi di gestione. Ecco un passaggio abbastanza eloquente per non dire impietoso: "(...) se la Siae operasse con i medesimi standard d'efficienza dell'analoga britannica, gli autori e gli editori italiani percepirebbero ogni anno 13,5 milioni in più".
Dopo poco più di un mese, toccherà all'altrettanto equilibrato Corriere.it mettere in risalto una notizia che ha del tragicomico: la SIAE pretende la riscossione dei diritti per i trailer cinematografici presenti nei siti di informazione e critica cinematografica. Il Corriere mantiene toni morigerati ma tra le righe capisci chiaramente quanto giudichi la posizione della Società sia più o meno indifendibile. Una società, non scordiamolo, pesantemente indebitata al punto che dal febbraio dello scorso anno si è reso necessario il commissariamento per "incapacità di gestione". Una situazione che ha allarmato persino la politica, pensate un po', al punto da indurre un senatore del PD a presentare una proposta di legge (potete leggerla qui) che qualora giungesse in porto interverrebbe pesantemente a modularne il regime monopolistico.
Tutti questi segnali non provengono, come vi sarà chiaro, da posizioni ideologiche "alternative", dai profeti dell'era della disponibilità, dai fin troppo dileggiati propugnatori del libero scambio digitale (trattati alla stregua di scaltri nipotini di quei fricchettoni che nei Sixties profetizzavano l'abbattimento del sistema-Denaro ed il ritorno al baratto oppure di pirati tout-court): no, la questione si pone in termini eminentemente economici. Sono gli stessi autori a sentirsi danneggiati da un sistema bizantino e iniquo. Sono le imprese a sentirsi le mani legate da lacci e lacciuoli in un orizzonte economico che sempre meno intende fermarsi di fronte ai confini nazionali o perdere tempo prezioso in pelaghi burocratici. Non a caso l'attuale Governo in carica, che se ha delle istanze ideologiche di riferimento sono proprio quelle dei mercati, si è reso attore di questa prima, piccola, storica breccia nel muro di gomma eretto nel lontano 1941.
Che morale dobbiamo trarre dalla favoletta? Non una, ma almeno due. La prima: finché la protesta saliva dalle tribù degli "irregolari", degli "indignati", dei bucanieri del web, la SIAE poteva riposare tranquilla tra i suoi cuscini istituzionalmente imbottiti. Se invece è il complesso economico/industriale a manifestarle questa strisciante ostilità, è forse il caso che inizi a preoccuparsi. La seconda: dubito che da una riforma - non chiamamola rivoluzione - avviata su queste basi possa uscirne qualcosa che guardi alle nuove istanze dei processi creativi in un diverso contesto di produzione, distribuzione, fruizione. Ergo: incrociamo le dita.
Artisti collegati: AA. VV. | Data: 27 Gennaio 2012 | Autore testo: Stefano Solventi
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