Nella calza befaniera che il buon Gino Castaldo - giornalista e scrittore, storica firma di Repubblica (per la quale tra le altre cose segue sdegnosamente il Festival di Sanremo) nonché tenutario assieme al sodale Ernesto Assante delle fortunate Lezioni di Rock all'Auditorium Parco della Musica a Roma - ha riservato ai suoi lettori, c'era un articolo che sul web ha fatto molto rumore, benché s'intitolasse Il grande silenzio del rock. In un certo senso siamo alla consueta, periodica constatazione del decesso del nostro amato/famigerato (meta)genere, o comunque dell'altrettanto risaputo grido d'allarme circa il suo pessimo stato di salute. Fosse proprio e solo questo sarebbe persino ozioso argomentare risposte che non siano già state formulate tante (troppe) volte. Ma forse ci sono elementi nuovi su cui vale la pena ponderare.
Certo, il ragionamento di Castaldo prende il via da premesse come minimo discutibili, ovverosia le classifiche di vendita ("...basta dare un'occhiata alla top 100 di Billboard USA") e i premi organizzati dall'industria come il Grammy. Il fatto che entrambe queste situazioni siano dominate da proposte pop-dance, che il rock sia sempre più una presenza defilata e che anche l'exploit di alcuni nuovi nomi indipendenti (vengono citati Fleet Foxes, Mumford And Sons e Bon Iver) siano all'insegna di vecchie modalità rock "appena rinfrescate ad uso e consumo delle nuove generazioni", portano Castaldo alla conclusione che il rock abbia perso il polso del presente, sia incapace di evolversi e - in ultima analisi - di emozionare. E che - peggio ancora - non sappia farsi carico delle energie che muovono la generazione degli indignati: "se da una parte non sembra avere molte difese commerciali da opporre al pop che avanza, dall'altra non riesce a fornire emozioni in grado di aggregare forze collettive".
E' in gran parte vero, come è vero che "se dovessimo trovare oggi un pezzo rock capace di interpretare il presente faremmo una gran fatica". Ok. Potremmo iniziare a listare a lutto i nostri ipod, se non fosse che ci è ben troppo chiaro quanto il rock sia vivo, vegeto, pulsante d'inventiva, perfettamente inserito nel tessuto del presente. Ce lo raccontano ogni giorno le tante, troppe release discografiche che ci passano per le orecchie. Che non usano frequentare le classifiche di Billboard perché sono diversi i canali e le modalità di distribuzione in cui scorrono per giungere fino a noi. E che quindi disertano - non invitati - la liturgia dei Grammy perché ovvia proiezione di un meccanismo commerciale ormai fuori sintonia, obsoleto come un tubo catodico.
Comprensibilmente, Castaldo è legato ad un'epoca di grandi gruppi per grandi ideali. Anela la venuta di uno Springsteen, di una Patti Smith, di novelli apostoli U2 ad annunciare liete novelle e terre promesse. La sensazione - ahilui - è che non potrà mai più essere così perché il rock - come pressoché qualsiasi forma espressiva - non viene più disseminato da un pulpito ma esiste come una germinazione digitale pervadente. Il fervore folk-psych e l'invettiva punk sono implose in un mormorio costante che esala dai milioni di cuffiette accese nei padiglioni dei rockofili erranti: il rock urla di meno, ma è ovunque. Il rock non declama, non "rappresenta", non incarna, ma si fa racconto in continuo divenire. Un "pensiero debole" rock che ci massaggia senza soluzione di continuità, determinando perciò malgrado la sua "debolezza" un impatto profondo nel quotidiano di chi - con buona pace di Castaldo - ne apprezza i non certo pochi punti d'interesse e di novità.
Attenzione però: il valore intrinseco del disco non c'entra niente con tutto ciò, o meglio sarebbe scorretto inserirlo in un rapporto causa-effetto. Se un disco non riesce a farsi voce del presente è perché il rock stesso è stato delocalizzato nell'immaginario collettivo: è stato l'istrionico solista in un periodo di formidabili rivoluzioni culturali, è diventato una voce nel multiforme coro di espressioni, distrazioni ed astrazioni. Escono ancora grandi dischi in mezzo ovviamente a tantissimi altri mediocri e pessimi, come è sempre stato. Ma un effetto Sgt. Pepper oggi non sarebbe semplicemente possibile: perché nessuno chiede più al rock di rappresentare alcunché. Lo sanno gli ascoltatori, lo sanno i musicisti.
Il rock andrebbe quindi visto come un meteorite che non impatta verticalmente - provocando in tal modo, nelle circostanze più significative, veri e propri crateri sulla crosta socio-culturale - ma lo fa con un angolo di incidenza più stretto, sbriciolandosi prima di toccare il suolo in un pulviscolo che si distribuisce invisibile nell'atmosfera. Castaldo si rammarica perchè non vede all'orizzonte una nuova Blowin' In The Wind: molto probabilmente continuerà a rammaricasri per un bel pezzo,se non si rassegna prima. Se il rock - come qualsiasi altra modalità espressiva codificata, sedimentata e diffusa - riflette in qualche modo la propria epoca, non lo fa più per pennellate o ritratti folgoranti (come non accade ormai da molti anni), ma dipingendo un affresco composito e versicolore che acquista tanto più senso (e sensi) quanto più lo cogli nel suo insieme. Ad esempio narrando praticamente in tempo reale la problematica e formidabile compenetrazione tra i fattori umano e tecnologico, ipotizzando scenari emotivi e neo-modalità esistenziali con sensibilità e tempismo senza termini di paragone. Tanto che oggi, dopo anni di Warp, Morr, Mille Plateaux e compagnia androide, la componente sintetica è sostanzialmente organica a quella acustica ed elettrica: non è questa una puntuale, urgente rappresentazione della condizione umana occidentale, ovvero un punto di partenza pressoché irrinunciabile di ogni speculazione - poetica, politica, filosofica - presente e presumibilmente futura?
Insomma, anche se domani uscisse il più grande disco della Storia del Rock - per intuizioni melodico-armoniche e testuali, per l'intensità dell'interpretazione, per inventiva e originalità - non provocherebbe nessuna discontinuità significativa né sociale, né di costume, né culturale. Si beccherebbe al più una sequela di recensioni positive - e gli sarebbe già andata bene - più una massiccia presenza nelle suddette cuffiette. I più se ne infischierebbero o - peggio? - potrebbero casomai riarticolarne il senso e la funzione d'uso come capitò qualche anno fa alla famigerata Seven Nation Army dei White Stripes, riciclata come tamarro coro da stadio.
In conclusione, non è vero che un cinguettio su twitter conta più della musica nella difficilissima missione di salvare il mondo: il soldato Rock prosegue la sua guerra su altri campi di battaglia con altri mezzi. E comunque, dentro quel cinguettio, tra le molte altre cose, c'è anche il rock.
Artisti collegati: Gino Castaldo | Data: 08 Gennaio 2012 | Autore testo: Stefano Solventi
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