Dopo avervi dato a caldo le prime impressioni sui risultati delle cinque classifiche lettori ottenute grazie al pulsante like di Facebook, abbiamo pensato di stendere un editoriale con alcune considerazioni spiegandovi nel contempo le scelte che ci hanno portato a coinvolgervi. Non c'è dubbio che il gioco dei voti di fine anno sublimi dodici mesi di pigiamento di bottoni, siano essi like, reccomend, condividi o tweet. Uniti dalla rete, lungo gli ultimi dodici mesi abbiamo espresso preferenze e schiacciato brevi pensieri partecipando al più grande gioco delle parti nazionale di quel segmento di mondo virtual-musicale che per comodità continuiamo a chiamare indie, quando mai come quest'anno il concetto di mainstream sembra più una chimera o un ospizio, a seconda dei punti di vista.
In seno alle anomalie e ai cortocircuiti della comunicazione, abbiamo attivato a nostra volta un game abbastanza pernicioso, cercando di spremere ancora di più l’algoritmo e il bottone più famoso del signor Zuckerberg, ovvero esasperandone fin da subito l’ambiguità. Di fatto il like, specie in un sito di recensioni (e di critica) musicali, non esprime sempre una preferenza positiva per il disco in sé, ma può riguardare l’apprezzamento per la recensione (positiva o negativa che sia), oppure indicare la solidarietà per i suoi esiti ultimi (il voto numerico), oppure ancora (ed è forse l’aggregato inconscio che più ci premeva) manifestare la nostra voglia di mettere in circolo una particolare informazione.
Essere parte del meccanismo social spinge a comportamenti che passati alla velocità del click/rate sfuggono a una razionale e ponderata scelta, scelta il cui controllo è vano soprattutto a caldo: osserviamo senza stupirci i 448 punti dati ai Radiohead, prevedibilmente i più cliccati dell’anno. Ma quanto di quel punteggio tiene conto dell’effettivo apprezzamento di The King Of Limbs e quanto invece si riferisce al plauso per la non troppo lusinghiera recensione o al semplice fan-like da tifoseria?
Così SA ha rincarato la dose ripresentandovi la stessa situazione - gli album e la relativa conta indifferenziata - mesi dopo il cumulo di apprezzamento del 2011 e chiedendovi di esprimere un voto-like (o il suo contrario dislike) per grado di chiacchieramento/discussione del disco, costingendovi cioé a pensare ai motivi per i quali avevate, in origine, spinto il pulsantino.
Riteniamo che il metodo utilizzato nella lista “Grandi Nomi, Grandi Querelle”, quella cioè in cui si chiedeva esplicitamente di votare secondo questo metodo, poteva essere applicato all’intero set, ovvero alle liste "Elettronici", “Ritorni”, “Italiani” e “(Più o meno) Indie, folkie, hipster & dintorni” e infatti, dai dati di partenza prima del gioco iniziato lo scorso 26 dicembre alla deadline delle 13:00 del 3 gennaio, l’indice di like negativi è stato bassissimo (come prevedibile), mentre quello riguardante l’incremento dei dati iniziali è stato sostanziale soltanto per i dischi che già avevano accumulato almeno una fanbase di 80 like, Il dato non cambia in nessuna delle quattro categorie.
Una classifica assoluta per like non è dunque così peregrina: dice qualcosa su quanto abbiamo voluto (in)consapevolmente (?) diffondere nei media in due take, durante l’annata (e a fine annata), al netto di eventuali (gravi) ripensamenti (sempre se un ripensamento sia contemplato e faccia statistica).
Per farla breve, nell’epoca del 2.0, di FB, Twitter, i meccanismi di marketing pre-internet non sono cambiati, sono più precisi. Anche se il passaparola della rete determina fenomeni e tendenze, tutto viene (e verrà) fagocitato, pilotato e influenzato da chi ha in mano una fetta di potere mediatico. Il marketing nel 2.0 contiene un piccolo paradosso: dà l'illusione del controllo, della consapevolezza, eppure fornisce strumenti-saetta (il like) che non sempre riescono a riassumere nella facilità del gesto la complessità di una scelta. Sono io a dare il like, e quindi a decidere. Ma questo mi abbassa le difese immunitarie.
Una volta innescato, è l'evento che viene prima di tutto, non certo la sua qualità in sé. E' l'evento che crea il suo valore ed è lui ad innescare inevitabili querelle, like, i tweet ecc. alimentando cioé un meccanismo a cascata che influenzerà a sua volta tutti noi.
In definitiva, il querelato e il like-ato sono la stessa cosa e salvo il primo posto alla band di Oxford che trionfa mediaticamente, la classifica esprime piuttosto bene il chi e il cosa ha caratterizzato l’annata musicale in termini di successo e incidenza socio-economica con una buona correlazione di questi due fattori; e con un terzo che è rappresentato dal tempo di “esposizione” nel presente continuo in cui viviamo. Parliamo di un tempo diverso da quello imposto da noi nel perverso giochino della classifica, precisamente di quello a cui siamo stati sottoposti come frequentatori/fruitori dei circuirti musicali.
E qui entrano prepotenti in gioco le tournée. Non sorprendono le scarse performance dei dischi incensati quasi all’unanimità dalla critica se non supportati da un adeguato tour. La regola vale per gli emergenti, naturalmente, ma a ben vedere un po’ per tutti, PJ Harvey compresa. Penalizzati inoltre i dischi supportati da tour troppo a ridosso dell’inizio dell’anno (Iron & Wine) e questo è anche un altro segno di quanto facilmente ci dimentichiamo di dischi anche importanti se il contesto non ci fa da continuo promemoria. Formidabile invece l’abbinata successo di critica + tour estensivo lungo i mesi centrali dell’anno, vedi gli esordienti Anna Calvi, nel suo piccolo anche Dirty Beaches e il più hypato Washed Out (che alla resa dei conti non tocca i 200 like), e i casi più eclatanti come i nostrani Verdena (chiuso il tour pochi giorni fa) e Aucan.
Diverso invece il caso di James Blake, fenomeno mediatico a tutto tondo, che senz’altro ha pagato pegno, di converso, di un’eccessiva esposizione. Avrebbe potuto stare tra i primi tre posti e si accontenta invece di un quinto, poco male. Simili, inoltre, il caso di Björk che ha sovraccaricato d’aspettative il mondo per ritrovarsi un boomerang altrettanto potente in testa (130 like) e non lontana la supernova mediatica targata Loutallica che chiude a miseri (rispetto alle premesse) 251 like, sintomo probabile di una overdose di discussioni al social-network-massacro. Curioso invece il fenomeno SBTRKT cresciuto esponenzialmente sia per il tam tam della rete ma anche grazie alla presenza strategica al roBOt 04 Festival di Bologna.
Il successo di Dente e Capossela è forse il più limpido: speculari da un punto di vista dell’età artistica, i due personaggi per il pubblico italiano, piaccia o no, sono entrambi ormai delle istituzioni della canzone italiana, come i Verdena lo sono stati per tutta una serie d’imperiture voglie di chitarre anni 90 e gli Aucan per una rincorsa alle commistioni più recenti.
Rispetto agli emergenti, i miti e in generale tutti i protagonisti del pre-internet posseggono un vantaggio incolmabile oggi: un tempo storicizzato, cristallizzato, mitico a sua volta, vissuto anche indirettamente dai più giovani come "collettivo". E' sempre accaduto direte voi, ma dieci anni di schiacciamento sul presente hanno bloccato, o perlomeno avariato, la sedimentazione delle nuove decadi e la loro intrinseca rivalità/opposizione.
Gli anni zero (o meglio: 2.0) sono stati un'esasperazione dei post-modernismi degli 80s, non a caso saccheggiati in lungo e largo, e ora si parla dell'ovvio revival dei 90s, l'ultimo avamposto del pre-che-fu con gli inglesi a proporci i Male Bonding, e noi a incensare Verdena e One Dimensional Man/Teatro degli Orrori (che - attenzione - non sono un revial, vengono dal pre-). La grossa differenza sta nell'annullamento delle dinamiche di contrapossizione tra le generazioni assieme al declino del concetto di futuro. Non abbiamo avuto "un essere anni Zero" che ti portasse a rifiutare i Novanta come i Novanta negarono gli Ottanta e così via. O, forse, è tutto da addurre alle dinamiche di accavallamento tra contenuti di mondi diversissimi a cui siamo esposti tramite i meccanismi social: lo scorrere di infinite bacheche nutrite di miriadi di interessi e segnalazioni, quasi sempre "altrui", che entrano nelle nostre vite. Serie di concatenamenti chissà quanto deleuziani, per nulla militanti in confronto a un détournement situazionista, piuttosto oggetto di rapidissimo giudizio e rapidissimo salto di registro.
Risultato: chi viene dal pre-internet ha un buono del tesoro di cui le nuove generazioni non potranno godere. Da fermo vale di più.
Di discorsi se ne potrebbero fare altri mille, ognuno parziale e ovviamente soggetto a contraddittorio. Concludiamo dunque queste considerazioni tra media, gusti e rispettive influenze, con altre classifiche, ancora divise per categorie ma differenti da quelle che vi avevamo proposto all’inizio del gioco. E’ evidente che il formato canzone in tutte le salse domina ancora l’apprezzamento del pubblico di SA, di quello italiano ma non solo. In senso più allargato è evidente che il doppio binario presente/passato cementato dalla forma-canzone, must perenne di festival come il Primavera Sound, sia una dialettica che ritroviamo dai più vecchi fino ai più giovani neoclassici che tanto ci piacciono.
Artisti collegati: Lou Reed, Apparat, Paolo Benvegnù, Bon Iver, Coldplay, Dente, Cristina Donà, Fleet Foxes, David Lynch, Metallica, Aucan, Radiohead, Mogwai, Björk, Vinicio Capossela, Mariposa, Wilco, Patrick Wolf, PJ Harvey, One Dimensional Man, Tom Waits, Girls, Verdena, Washed Out, James Blake, Anna Calvi, Dirty Beaches, Casa Del Mirto, Clams Casino, SBTRKT, Machinedrum | Data: 05 Gennaio 2012 | Autore testo: Edoardo Bridda
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