Due notizie nel giro di poche ore riguardo il destino della fruizione di musica online sono il pretesto per farci spendere qualche altra riflessione sull'argomento. La prima riguarda l'ormai imminente sbarco di Spotify negli U.S.A. Come forse saprete, il servizio di cloud-music nato in Svezia e diffusosi a macchia d'olio un po' in tutta Europa, non solo non è (formalmente) disponibile nella diversamente interconnessa Italia ma neppure - sacrilegio - nella sedicente patria delle "autostrade informatiche", ovverosia gli States. Pare tuttavia - la fonte è l'autorevole Wall Street Journal - che a breve Spotify potrebbe iniziare a dettare legge anche nel mercato a stelle e strisce, forte dei 13 milioni di brani del suo "catalogo".
Un mercato dalle potenzialità enormi seppure con codici e modalità in fase di assestamento e definizione, già in grado comunque di smuovere interessi poderosi. I sette milioni di utenti di cui un milione paganti - l'equivalente medio di circa 10 dollari al mese - di Spotify sono un boccone che sta facendo venire l'acquolina in bocca a pezzi grossi come Google ed Amazon, ad esempio. E che forse obbligherà la Apple a ripensare in qualche misura iTunes.
L'altra notizia viene ancora dagli USA e ci informa riguardo l'accordo tra RIAA (Recording Industry Association of America), MPAA (Motion Picture Association of America) e Internet Service Provider (di cui fanno parte colossi della telecomunicazione quali AT&T e Verizon) in merito ad un sistema di "warning" agli utilizzatori finali di P2P illegale, che vedrebbero rallentata la propria velocità di connessione se beccati col dito nella marmellata per più di cinque volte. Messe in conto le analoghe - con tutti i distinguo del caso - prese di posizione di Francia, Gran Bretagna e Italia, quello che si sta delineando ha tutto l'aspetto di un movimento globale di lotta al download selvaggio che vedrebbe - in una logica bipolare tipo poliziotto cattivo/poliziotto buono - nel file sharing "nuvoloso" la sua controparte positiva.
Ovvero: ti faccio pagare poco - relativamente poco - o nulla (al netto degli spot) per avere a disposizione uno scibile musicale vastissimo. Che sarebbe l'unico modo per tenere in piedi il sistema, le cui fonti di sostentamento altrimenti finirebbero azzerate dalla condivisione senza freni né - soprattutto - ritorno economico. Quest'ultimo aspetto, prima che qualsiasi questione etica, è il principio reale che sta alla base dell'illegalità del file sharing. Un principio forse opinabile, ma comprensibilissimo.
In attesa di lucidare la palla di cristallo, possiamo ipotizzare che in merito alla condivisione di file musicali (e audiovisivi) il prossimo futuro vedrà confrontarsi due macro-visioni opposte ma forse non inconciliabili e destinate ad un lungo periodo di convivenza. Spotify - a cui vanno affiancate situazioni analoghe seppure diverse per ambito ed obiettivi, quali Soundcloud o Bandcamp - sembra davvero il servizio-pilota per le esigenze del net-citizen sempre connesso. In un certo senso, con esso il cloud-rockettaro potrà avere a disposizione la madre di tutte le radio, il sogno definitivo dell'etere sonoro. Con nessuna o poca spesa. Ma ciò non è condizione sufficiente a mettere fuori gioco la pratica del P-2-P.
Resta infatti in piedi tutta intera la tensione libertaria che ha rappresentato e continua a rappresentare il motore profondo della rete. Una pulsione a condividere le risorse - le esperienze, le soluzioni - che non intende riconoscere limitazioni né barriere, perché ciò contravverrebbe alla promessa basale che ha reso le ultime due generazioni altrettanti serbatoi di apostoli - prima che discepoli - della web-revolution. Per la gioia dei provider in primis, i quali si sono trovati nella invidiabile posizione di vendere un servizio - a caro prezzo - senza bisogno di pensare ai contenuti.
Quando sosteniamo che con internet "il mondo è cambiato", diciamo innanzitutto questo: una condivisione di materiali culturali ma sperimentata prima nella Storia. Che trascende i modelli economici messi a punto nell'epoca precedente, quando i supporti sostanziavano la natura dei prodotti intellettuali determinandoli tangibilmente. L'impressione è che l'industria dell'intrattenimento abbia dovuto fare i conti con un lungo (certamente rispetto alle tempistiche economiche) periodo di shock, e cominci solo adesso - finalmente - a reagire ripensando se stessa sui parametri del neo-utente. In accordo, come è ovvio, con i grandi parenti-provider.
Quello dei servizi in-the-cloud sembra in effetti più che un escamotage: tutto lascia credere che si tratti dell'architettura di stoccaggio e fruizione del futuro, stando alla crescente diffusione dei dispositivi portatili "smart" e della vicendevolmente connaturata espansione del social-networking. La sfida è rendere il sistema talmente appetibile (economico, sicuro, funzionale e paritario) da provocare un equilibrio nuovo. Nel frattempo, il file sharing continuerà a reiterare se stesso con la liquida adattabilità che lo contraddistingue. Dribblando ogni giro di vite. Annidandosi nel margine di legalità che gli garantisce l'imprinting democratico del patto sociale in cui viviamo. Anch'esso - ahinoi - in fase di ristrutturazione e aggiornamento, come un software tra gli altri.
La partita - ne dubitavate? - si gioca insomma ad un livello un po' più alto rispetto alle nostre amate canzonette...
Artisti collegati: AA.VV. | Data: 12 Luglio 2011 | Autore testo: Stefano Solventi
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