Il libro del nostro Marco Braggion, Daft Punk. Icons After All, è stato duramente criticato da Christian Zingales sull'ultimo numero di Blow Up (n°152, Gennaio 2011). Abbiamo deciso di rendere pubblica la lettera di risposta di Marco per alimentare il dialogo costruttivo tra le parti e per dare ai rispettivi cesari ciò che a loro spetta. Troverete una copia della recensione di Christian dopo il testo di Marco.
Caro Christian,
hai ragione per quanto riguarda i lapsus. Ci sono. Ma non sono sviste. So bene che Little Louie Vega non è Alan Vega dei Suicide (peraltro è citato correttamente a pagina 64) e so altrettanto bene che Lester Bangs è morto nell'82. L'intervista ai Kraftwerk l’avevo estrapolata da un articolo di Creem del settembre 1975. E’ imperdonabile che nel libro ci siano questi errori. I tempi di stampa sono stati troppo brevi e senz’altro una seconda edizione potrà rimediare a tutto questo.
Riguardo invece all’insistenza sul mancato approfondimento house, non è che il libro non ne parli. A pagina 64 si parla di “pop, funk e old-school house” per tracciare degli antecedenti alla vicenda. Altrove si cita più volte l’house e andava fatto un box filologico come è stato fatto per Detroit. Ma il punto è un altro: il vero focus del libro è sui fondamentali precedenti e pertanto costituenti del verbo house, sui James Brown e Robert Johnson giusto per agganciarmi ai paragoni che facevi tu.
Il padre di Bangalter ricordiamolo, era un musicista disco. C’è un album/compilation di brani ’70 che sono stati campionati dai Daft che viene opportunamente analizzato. Funk e disco sono fors’anche ingredienti più potenti nel quadro di riferimento dei due parigini.
A pag.14 dell'introduzione si legge “due coetanei francesi che re-importavano il verbo disco nel continente europeo”. Parlando di Da Funk (a pagina 60) si continua con “Con questo pezzo i Daft Punk smembrano l'eredità black – sia essa funky o house – in singoli pattern ritmico-melodici: il già citato riff, i clap del soul, la batteria hip-hop, la progressività ereditata dall'eurodisco anni Ottanta di Giorgio Moroder e del connazionale Cerrone”, sono argomentazioni tecniche, non emotive, come ce ne sono molte altre nel libro.
E’ vero. DJ Sneak e Paul Johnson andavano citati, pur se solitamente vengono catalogati come second wave house ma ritornando al PRE della faccenda sarebbe stato anche doveroso spendere qualche parola in più sul funk di Mandré che è comune al sound di Sneak (tanto che in rete gira un bootleg di lui con i Daft a El Divino, Ibiza).
La chiave di lettura del libro è infine il POP. Con Discovery i Daft s’emancipano dall’house che nell’esordio era più ingombrante per entrare in un universo che è pop nel senso più ampio del termine. Inoltre è dance. Infine è cosa loro. One More Time cos’è se non una metamorsfosi tanto chicagoana quanto detroitiana, in un mondo automatico e pulsante, pop e funk 100% marcato DP?
Per quanto riguarda il capitolo eredi non è proprio vero che abbiano un rapporto Little Tony/Bobby Solo con Elvis… sono fondamentali per il proseguo dell'avventura. Digitalism, Simian Mobile Disco e Justice sono i figli di quel sound oggi, anche se forse a loro manca proprio il suffisso daft (sbagliato). I punk “sbagliati” sono inimitabili ma è anche vero che non sono infallibili.
La colonna sonora di Tron a te è piaciuta molto, a me sembra un’operazione fin troppo misurata e poco avvincente. Lo si comprende anche guardando il film. Come costruttori di soundtrack i Daft hanno ancora molto da imparare da gente come Vangelis. Ma il libro della loro storia non è ancora finito, anzi.
Con immutata stima,
Marco Braggion
Daft Punk: Icons After All (Odoya)
Leggendo questo libro dui Daft Punk fatto da Marco Braggion – del sito Internet Sentire Ascoltare –, che si propone di ricostruire quello che è girato attorno al duo francese, cita anche Blow Up, si percepisce chiaramente la passione di fondo e la sincerità delle intenzioni. Oltre l’empatia, leggendo, diventano però inevitabili un paio di appunti. Dedicare 40 pagine a Digitalism, Justice e Simian Mobile Disco e non citare dj Sneak o Paul Johnson in un libro sui DP è come fare un libro su Elvis occupando 40 pagine con Little Tony e Bobby Solo senza dire la parola Robert Johnson o meglio Arthur “Big Boy” Crudup. Aprire focus sulla techno di Detroit e non dire che i Daft sono geneticamente figli dell’house di Chicago è come appellarsi a Otis Redding per spiegare George Clinton senza tirare in ballo James Brown.
Il legame tra i Daft e Detroit è parecchio traslato, certi i Kraftwerk come influenza comune, ma quello con Chicago è fondamentale nella loro prima fase, e da loro sempre citato. Poi succede che nella volontà di creare rimandi e costruire un quadro di collegamento (finanche trovare un ascendente daftpunkiano sulla pubblicità della Diesel “Be Stupid”, con tanto di foto nel caso non la conoscessimo), si perde di vista il vero contesto, con imprecisioni anche discografiche, o la vaghezza con cui vengono prese in esame le saghe, basilari, di Roulé e Crydamoure. Ma il punto non è la necessità dell’opera specialistica, puoi raccontare qualcosa privilegiando il lato emotivo e programmaticamente porti fuori dalla necessità del collegamento filologico, del richiamo eccetera, cosa che sarebbe stata vincente. Perché poi passaggi come questi, a dire dei fondamentali, “…un guru dell’house internazionale come Alan Vega”, dove Louie Vega dei non citati Masters At Work è scambiato per la leggendaria voce dei Suicide e “…i Kraftwerk che nel 1988 si confessano al padrino dei giornalisti rock Lester Bangs” quando, va da sé, Bangs è morto nell’82. È sempre doloroso muovere una critica, e ribadiamo la buona fede umana di Braggion, ma il fatto è che qui oltre al contesto manche anche il testo diciamo (Christian Zingales)
Artisti collegati: Daft Punk | Data: 16 Gennaio 2011 | Autore testo: Edoardo Bridda
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