“So dieci anni che v’aspettamo” grida con la solita simpatia romanesca qualcuno accanto a noi, sintetizzando insieme l’ansia e l’attesa per il live del quartetto americano. Dal momento della notizia della reunion e fomentati dai resoconti che giungevano dai vari festival a cui, quest’estate, i quattro hanno partecipato – non ultima, la strepitosa performance al Primavera Sound di Barcellona – è stato un susseguirsi di scandagli online alla ricerca di qualche data italiana. L’attesa alla fine è stata premiata e i Jesus Lizard hanno toccato la penisola pronti a rinverdire i fasti di un suono che nella prima metà del 90s ha fatto proseliti e devastato audience in mezzo mondo.
Aprono gli Edible Woman, compatti e metronomici come al solito, bravissimi nel creare vuoti pneumatici e momenti di apparente stasi rotti da sfuriate rumorosissime. Scaldano un pubblico al limite del sold-out con la loro formula ridotta all’osso basso+synth+batteria ma nell’aria c’è la tensione tipica da grande evento. Pochi minuti e i chicagoani si presentano sul palco. Boato ed eccitazione ai massimi livelli, tanto che David Yow si catapulta subito sul pubblico per il più classico dei crowd surfing. È lui il fulcro dei Jesus Lizard. Lo sa lui e lo sanno bene i suoi compagni che, praticamente immobili per tutto il set, lasciano al mefistofelico cantante la scena. Duane Denison, camicia da texano e capelli bianchi, e David Sims, traccagnotto e nerovestito, ai lati intarsiano un suono che tritura rock dei primordi e hard-rock sudista, blues del delta e lacerazioni noise; McNeilly dietro il suo drum-kit controlla il tutto dall’alto mentre percuote le pelli come un invasato. La chitarra di Denison è uno strumento chirurgico, tagliente e affilata come uno stiletto; il basso di Sims è invece un carrarmato rock: tondo e distorto è insieme al drumming di McNeilly la vera spina dorsale del suono Jesus Lizard, sulla quale Denison va ora di fioretto, ora di clava. I riflettori però sono tutti per Yow. Uno che alla soglia del mezzo secolo di vita sembra posseduto dai peggiori demoni del rock. Sputa, suda, impreca, si dimena; in grado di passare una buona metà del set a rotolarsi su un pubblico in totale estasi senza perdere una battuta del suo cantato. In possesso di una voce sporcata da decenni di abusi ma capace di reggere quasi un’ora e mezza di puro delirio r’n’r. Con un fisico da lanciatore di coriandoli sfatto da eccessi di ogni tipo, regge la scena come pochi al mondo, mentre si lancia (letteralmente) in quella che in apparenza è una sorta di seduta psicanalitica a cuore aperto. Un live memorabile che dimostra ancora una volta – se ce ne fosse bisogno – la stoffa di chi col rock’n’roll non ha solo dimestichezza, ma ne ha fatto uno stile di vita.
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