Se l’universo musicale elettronico sta attraversando un periodo di ripensamento del proprio modus operandi, tornando a concepire la tecnologia come mezzo e non più come fine ultimo, anche il mondo dell’arte non è immune a questo processo. Lasciato ai pionieri delle videoarte come Gerry Schum, Nam Jun Paik o Bruce Nauman il tratto marcatamente sperimentale, per cui l’opera veniva creata e fruita al momento (la portata innovativa stava infatti nel rendere soggetto lo stesso spettatore, oltre che fissare nella memoria visiva l’arte d’azione), le giovani promesse si interrogano invece sulla valenza della costruzione estetica, ingiustamente messa da parte, facendole guadagnare la ribalta attraverso uno sviluppo che porta sempre di più l’immagine elettronica, o meglio digitale, vicina - se non simile - a quella pittorica.
In questo la sensibilità orientale, in special modo nipponica, è unica e peculiare. In un impasto psichedelico e ad alto tasso evocativo l’intera produzione artistica del Novecento, passata sotto lo spettro dei più efficaci e spettacolari programmi di masking e montaggio (Final Cut Pro, After Effects, Logic Pro), viene sovrapposta ai frame di una quotidiana normalità rubati dalla lente di una telecamera. Veri e propri quadri in movimento disegnati su una tela LCD con un pennello Macintosh.
Sono questi gli strumenti del ventottenne Takagi Masakatsu, uno dei nomi di punta, insieme a Ryoichi Kurokawa e Yuki Kawamura, della nuova generazione di artisti multimediali provenienti da un Sol Levante mai tanto proiettato ad Occidente. Un artigiano dell’immagini, ma anche un fine compositore e musicista, iniziato al pianoforte classico ancora bambino. Poi, nel periodo universitario alla Kyoto City University Of Arts, la fascinazione per la fotografia e i primi video works con il coniquilino musicista Aoki Takamasa ad accompagnarlo, con il quale pubblica due dvd sotto la sigla Silicom.
Da qui, l’esile e androgino Takagi proseguirà da solo nella ricerca di una simbiosi quanto più affascinante e fantasiosa possibile tra suono e visual, addentrandosi negli abissi ambient con Opus (cd+cd rom, Carpark, 16 ottobre 2001) e Opus Pia (cd-dvd, Carpark, 22 maggio 2002). Siderali distopie Pan Sonic (Guiter, Light Park), ovattati landscape Brian Eno (Toska, Fround) in un frastagliato brusio di glitch (Opus Pia) svettano come potenziale scenario dietro le figure antropomorfe scontornate di Pia #3, indecifrabili nei colori, ma suggerite da organici richiami vocali (Everything Came From Here) a vagare in desolati panorami da terzo millennio: la virtualità della luce con tutta la realtà dei corpi in movimento (Study For Camera, Fround) e della natura (Pia). Temi accennati, intuiti, scaraventati sotto lo sguardo in una forma quasi pura di reportage, a cui si contrappone l’estrema elaborazione elettronica del suono. Apparentemente ingenui, ma dalla carica fortemente visionaria. (7.0/10)
L’intento di Takagi non è però quello di essere un documentarista, quanto invece di esprimere le più semplici sensazioni umane. In questo il suo continuo viaggiare per il mondo si è rivelato una fonte inesauribile di ispirazione, tanto da racchiudere l’esperienza in Eating (Karaoke Kalk, 9 giugno 2002) e Eating 2 (Karaoke Kalk, luglio 2003). Senza alcun supporto di immagini, i due album rievocano i suoni che Masakatsu ha incrociato e raccolto dal 1996 al 2002 per le strade del Nepal o di Cuba, dal chiacchiericcio nei vicoli (Come March) agli strumenti tradizionali di ogni luogo (che sia un accordion o una marimba), unendo il gusto giapponese per il dettaglio alle fragranze francesi della Costa Azzurra e alle ariose partiture per archi (sintetici) della tradizione classica occidentale. È il caso di Botanica, in cui si avvicina al Wyatt pacifico e assolato di Dondestan, accostandosi di conseguenza anche al jazz, un genere che sfrutta nella maniera più opportuna (Fausel, Mihyn), non trasformandolo mai nella versione cocktail che tanto va di moda nelle compilation da spiaggia. Al contrario, la leggerezza sprigionata incuriosisce proprio per quelle atmosfere appena spruzzate d’emozione su cui tutto si gioca, lasciandosi anche non-ascoltare in quanto ambiente sonoro umile ma efficace. (6.8/10)
E dall’elettronica minimale il raggio d’azione si apre verso orizzonti melodici che sospirano classicità. Ricordi, profumi, paesaggi. Istantanee di vita, propria e altrui. Lo spazio sensoriale e artistico di Takagi prende a svelarsi con Journal For People (cd-dvd, Daisyworld luglio/agosto 2002, ristampa Carpark / Goodfellas, 4 aprile 2006), combinazione di pianoforte e field recordings manipolati per un ambient pop dai toni gentili, sempre più affine al Takemura di Child’s View, lungo sentieri ricoperti di mandorli in fiore dove far respirare lo spirito. Complessi grafismi proteiformi riempiono lo schermo in Birdland (che diventerà una vera e propria trilogia), sul cui fondo bianco si muovo linee nere a creare uno stormo di uccelli, similmente ai corvi di Van Gogh, e figure umane; gli scenari si fanno più accorati (i cento tramonti di Salida Del Sol), i colori diventano protagonisti insieme alle forme (la corsa dei bambini di Light Park #3, il giovane corpo di Aqua), esaltati dall’alternanza di ombra e luce (l’ipnotico luna park di Light Park #2, i fantasmagorici fuochi d’artificio di Wonderland, luminescenti pailettes nell’infinita oscurità). Tutta la poesia nostalgica giapponese che guarda la tradizione con occhio futuristico. (7.6/10)
Un percorso musicale e visivo che inseguirà sempre di più la strada del pop con Rehome (cd+dvd, W+K Tokyo Lab, 25 giugno 2003) e Sail (cd+cd extra, Daisyworld, 27 agosto 2003), entrambi contraddistinti dall’entrata in campo della voce di Toma Itoko. Sono i richiami di casa Morr e dei Ms John Soda quelli percepiti in Kimmy, le languidezze FS Blumm in Rama e Makmok, i gorgoglii robotici dei Lali Puna in Rehome e Brighter Shade, passando per i vocoder degli AIR in Red Seeds On Roof e le dilatazioni extra-sensoriali di un altro grande nome della scena orientale, Cornelius, che firma il remix di Rama. Proprio con quest’ultimo il Nostro condivide quella genuina e solare spensieratezza che nei tratti fumettistici e nell’infanzia vede la sua massima rappresentazione (non è un caso che i protagonisti dei video Drop e del più recente Music di Oyamada siano dei bambini) e sui cui calcherà la mano nei successivi lavori. (7.0/10)
Potrebbe infatti venir facile tacciare Masakatsu di buonismo Unicef guardando il dvd World Is So Beautiful (Daisyworld, 25 settembre 2003 - ristampa Carpark, novembre 2006) - commissionato dalla libreria francese agnès b. -, con i ragazzi di Cuba ripresi a tuffarsi nel mare in South Beach, con l’interminabile montaggio di tutti gli umani compresi tra i cinque e i diciassette anni - o giù di lì - incrociati durante i suoi viaggi nell’omonimo video, o con la corsa in technicolor a cielo aperto in Run On The Placet. Eppure in questa narratività sempre più esibita, sfrontata, che si racconta e ci racconta della realtà circostante, qualcosa delle microemozioni del Takagi prima maniera rimane: sono le nuance sature, quasi fluorescenti di Festival In A Forest, saette zampillanti come folletti, e la scabra geometricità di una Birdland #2 jazzata. (6.2/10)
Che abbia perso il tocco lieve e evanescente non si può certo dire, anzi in Coieda (cd+dvd, W+K Tokyo Lab, 8 settembre 2004) viene esaltato dall’animazione, nuova inebriante tecnica che gli permette di traslare nella contemporaneità l’action painting di Pollock (Private Drawing), l’impressionismo di Kirchner (Primo) e il postimpressionismo di Seurat (Girls). Il tratto comune sta nel voler comunicare l’esperienza emozionale e spirituale del mondo attraverso l’accentuazione cromatica, ma ciò che lo distingue dal passato è la mancanza del malessere, del disagio di fondo che serpeggiava nell’animo di questi artisti. Al contrario, per Takagi il colore è vita, bellezza, pura come può esserlo solo un bambino. Una complessità che si riflette anche sulla parte musicale, in cui molteplici sono i richiami: dai Tortoise in Pia Files al Four Tet dei primi due album in Private Drawing, dal Satie delle Gymnopedies nella sublime Birdland#3 a David Sylvian in Exit/Delete, voce ma anche mecenate di Masakatsu nel tour del 2003 “Fire In A Forest”, da cui la maggior parte del materiale è stata tratta. (7.5/10)
Gli acquerelli sonori, le tinte pastello, quella brezza estiva che è sogno tornano con la frivolezza dell’ultimo Air’s Note (DefSTAR / Sony, 24 marzo 2006), in cui l’elettronica degli esordi interpreta il ruolo di seconda attrice, a favore di un presente concentrato tutto sulla melodia, gli strumenti, la voce, quella candida di Taguchi Haruka e quella soul dell’inglese Aqualung. Riecheggia tra le accuratissime maglie la saudade dei Mice Parade (gli archi nostalgici di Ophelia, gli etnicismi sbarazzini di Any) e certi incanti dei Plaid di Ralome (gli impulsi dei fiori di loto in Dancer), alternati a intensi momenti acustici (Watch The World e One By One By One), per un album che segue la parabola imperfetta di Takagi Masakatsu: dalla suggestione al completo disvelamento, dall’astratto ad una figuratività che sappia parlare da sola, perdendo in parte quella poesia del ricordo, delle ambientazioni rarefatte e misteriose che andavano a stimolare la fantasia, pur nella sua indiscussa riconoscibilità. Il recupero della dimensione immaginifica, del non detto, potrebbe rivelarsi la strada giusta per il suo futuro sonico-visuale. (6.6/10)
Scheda: Takagi Masakatsu