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Pubblicazione 03 Maggio 2005

Patrick Wolf

Covo, Bologna (09 Aprile 2005)

Patrick lo spilungne esita ma alla fine convince e conquista Bologna, pure senza proprorre suoi classici parigini...
Patrick Wolf
2007

Per salire sul palco del Covo di Bologna, è necessario attraversare la lunga sala nera rettangolare che porta al palco e Patrick Wolf si dice spaventato di passare nella massa indistinta di gente che lo aspetta immobile e determinata da una buona mezz’ora. Vinto il timore, sotto i riflettori appaiono nitidi i suoi quasi due metri di pelle bianca per lo più scoperta tra qualche strato di stracci, dei pantaloni neri arrotolati in vita che cadono sulle gambe molto sottili ed i piedi nudi. Gli pende dal collo un laccetto nero che si muove ogni volta che le braccia diafane si torcono nell’acconciatura del ciuffo morriseiano ed in un buon numero di pose artefatte, da diva consumata.

Lucido come se avesse vissuto tutta la vita in una copertina patinata fresca di stampa e saldo come se avesse calcato per anni le catwalks dei grandi stilisti, il ragazzo che si dice both 9 and 90 è fermo sulla soglia liminare che sfuma i sessi e le sue forme come talvolta le sue sostanze (sonore) appartengono alla stessa dimensione cui appartenevano una Patti Smith, un Marc Almond o il primo David Bowie. La sua scarna sezione ritmica è composta da un batterista che si limita a pestare compostamente i piatti e la grancassa mentre, pare di vedere, tiene bene il focus d’attenzione sulle smorfie dell’uomo alfa, il quale sceglie di volta in volta uno dei suoi quattro strumenti - un ukulele, che da sempre ne completa l’immagine, una piccola chitarra acustica, un violino ed un piano. Impensabile: il lupo ha lasciato il laptop nella tana ed è un peccato, perché così come il suo fascino piove dall’equazione dei molti opposti che incarna (uomo e donna, lirica ed elettronica, giovinezza ed esperienza, animalità ed umanità), si soffre nel constatare la perdita di una parte talmente essenziale non solo del suo sound, ma della sua poetica.

Dal vivo, nella voce di Patrick Wolf emerge una componente che riporta abbastanza palesemente ai gorgheggi di Antony and The Johnsons e, sua principale musa temporanea dichiarata, il sospetto dell’emulazione cresce di pezzo in pezzo. La prima parte del concerto è decisamente improntata sull’interpretazione, a tratti ottima, dei pezzi del secondo disco: più lievi e meno arrangiati, ma anche più cupi e profondi, su canzoni come Under this Weather, Wind in the Wires e Gipsy King si resta incantati all’ombra di un talento che, pur parzialmente svilito dall’eccesso di moine, non manca di brillare. Tristan, i cui sospiri voluttuosi su disco tradiscono quasi un aggancio al Tom Waits più rantolante, lascia un tantino a desiderare – è molto meno cadenzata e maudit di quanto ci si aspettasse.

La seconda parte è quasi interamente dedicata a Lychantropy ma le alchimie del debutto, che per primo fece gridare al genio del ormai quasi-ventiduenne, sembrano sistematicamente rinnegate nell’abbandono in toto della componente elettronica che maggiormente ne aveva costituto la marca: togliere gli effetti a Paris, a Wolf Song o a To the Lighthouse rasenta in qualche modo il delitto, per quanto tutti e tre i pezzi vengano eseguiti egregiamente nello stile tutto analogico che Wolf sembra avere del tutto abbracciato al momento. Sorprende che nella scaletta manchino almeno due dei suoi anthems: A Boy Like me (manifesto) e BloodBeat. Il bis è imbarazzante: non puo’esserci rituale di uscita, perché al Covo il backstage è dislocato rispetto al palco; così, dopo un breve consulto, parte The Libertine per il gran finale che finisce per non essere un gran finale, visto che, sorpresa ulteriore, la scelta apparente è quella di eseguirla senza violino - preposto alla costruzione dell’atmosfera decadente che si legge già nel titolo e strumento cardine di tutto il pezzo. Nonostante tutto, a fine concerto non ci si può dire insoddisfatti.

La sensazione è di aver conosciuto un Patrick Wolf fresco della decisione di virare lontano dalle vecchie traiettorie, senza aver perduto la luce del suo faro creativo: con o senza elettronica, non si può fare a meno di prendere atto di un innegabile talento, che, per quanto ancora presumibilmente lontano dalla sua perfetta canalizzazione, rapisce.

Scheda: Patrick Wolf

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