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Pubblicazione 01 Dicembre 2006

Lemonheads

, (07 Novembre 2006)

Un martedì qualunque per celebrare il piccolo mito bubblegum pop (e un po' folk)
icona teen a inizio Novanta
Lemonheads
2000
icona teen a inizio Novanta

In un anonimo martedì si celebra un mito dimenticato dell’indie rock anni Novanta, primi Novanta per essere precisi. E per i nostalgici il momento è dei più intensi. Pop punk, se non folk elettrificato tout court, per la generazione X. Pozzo di strofe e di ricordi scolastici e universitari. “I know a place where i can go”, “I’ve never been too good with names. The cellar door was open, I could never stay away”, “That pencil smell reminds me of School”, “If I could talk Id tell you / If I could smile I’d let you know”, e ancora “I’m too much with myself, I wanna be someone else”.

Canzoni fatte di piccole impressioni quotidiane. Provincia americana, e perché no provincia anche nostra. E le canzoni dal vivo ci sono tutte, queste e altre. Sono loro a sopravvivere, dopotutto. Tra tutte le reunion possibili, dopo il pienone dei Dinosaur Jr (all’epoca dirimpettai di fama e appeal universitario) adesso ci sono loro, anzi lui + 2, Evan Dando e i riformati Lemonheads, quei due ragazzi già membri dei Descendents (e sul disco omonimo). Ma il pubblico non riempie nemmeno la metà della sala e la data è un flop. Pochissima gente è accorsa e, come se non bastasse, un po’ di pasticci nella prima parte del concerto, complice un roadie ultra capelluto (ma decisamente incapace nel sistemare un problema di amplificazione), peggiorano ulteriormente la situazione.

Ma a Dando, più che mai anonimo nel cappello di lana che quasi gli copre il viso - e un atteggiamento a metà tra junkie menefreghista e quel cazzone che è sempre stato - basta poco per attivare il teletrasporto. La seconda metà dello show inizia in acustico. In sequenza quasi tutti i brani di It’s A Shame About Ray (senza la cover del Laureato però). Un paio di episodi felici del penultimo Car Button Cloth (If I Could Talk I’ll Tell You, Hospital) e una terzina di Come On Feel The Lemonheads. È quanto basta per rincuorare i pochi fan; infine arriva un inaspettato terzo momento con le ultime cartucce. Del resto il cavallo di razza It’s A Shame About Ray non era ancora stato sfoderato e così la band esce di scena, con Dando a negare il saluto.

È finita, ma l’odiata icona dell’indie pop ci ha ricordato d’aver scritto alcune delle canzoni pop tra le più belle e incisive dei Novanta. Se Cobain era lo struggimento, la stomacale incapacità di vivere, Dando era quell’eden della mente, l’efebo eterno innamorato senza amore in un quotidiano senza tempo. La più romantica delle solitudini fallocentriche. Grande concerto nostalgico quello dei Lemonheads. Dell’ultimo disco nessuno s’è manco accorto, ma è così che vanno tante reunion. Goodbye Dan, anzi fuck you.

Scheda: Lemonheads

copertina pdf #91
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