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Pubblicazione 02 Ottobre 2007

Fink

Black folk grace

Un modo tutto suo di interpretare il folk. Un ibrido musicale tanto incline al blues e al soul, quanto a una soffice elettronica di fondo.
Fink
2007

La Ninja Tune non ha pensato due volte a reclutare tra le sue fila questo inglese dal cuore soul. E lo ha fatto nonostante la proposta musicale del Nostro, oggi, sia lontana anni luce da quel panorama elettronico del quale l’etichetta in questione ne è abile protagonista. Che poi questa è una verità apparente. Infatti, il suo esordio datato 2000, Fresh Produce, non rappresentava altro che un album puramente elettronico composto con un fare non diverso da quello di un qualsiasi dj produttore. Ma, nonostante il disco avesse ricevuto non tantissimi consensi rimanendo intrappolato nel cono d’ombra di quel successo che gente come Dj Shadow e Coldcut stavano invece confermando un po’ ovunque, la Ninja Tune non demorde e ben sei anni dopo lancia di nuovo in orbita Fink. Ma stavolta la storia è ben diversa.

Che cosa sia successo a Finian Greenall in quell’arco di tempo non ci è dato sapere. Il ricordo di quel suo primo lavoro uscito in sordina oggi lascerebbe sconcertati per quanto lontano. E non perché la componente elettronica sia quasi del tutto abbandonata. Ma perché è ora folgorante e sorprendente quella sensibilità artistica rimasta non si sa come paralizzata all’esordio. Fink non fa più danzare, ora commuove soprattutto. Lo fa grazie a una chitarra acustica e a una voce così calda e avvolgente da lasciare esterrefatti. Lo fa con un folk che si tinge di blues e di soul. Lo fa con delle liriche autobiografiche tanto dolci quanto sofferte. Introspezione che prende vita in ballate dal passo cadenzato che ammaliano inevitabilmente. E poi è quella sua sfumatura vocale a scaldare ancora di più. Viaggia su territori black e r’n’b alimentando il fuoco pulsante delle canzoni. Un gentile modo di sussurrare parole ora su fraseggi puramente folk, ora su saliscendi blues, ora su intermittenze soul, con un calore e uno struggimento unici. Paradossalmente però è come se la sua proposta fosse una specie di intimistico trip hop; non a caso, infatti, grazie a un uso parsimonioso dell’elettronica, molti hanno finito per paragonarlo ai dei Massive Attack acustici o degli Zero 7 molto meno digitali. Ma, ribaltando il tutto in maniera provocatoria, si potrebbe anche pensare a un José Gonzáles in chiave elettronica (ancora gli Zero 7 per l’appunto). Acustico e digitale. Caldo e freddo. Nero e bianco. Questi i poli tra i quali si muove Fink. E lo fa con un’immediatezza rara in simili territori musicali, un equilibrio perfetto tra forma e contenuto che contagia all’istante.

Il suo “vero” primo album lo possiamo però far risalire addirittura al 2006. Biscuits For Breackfast rappresenta la sorpresa, il cambio di direzione, la svolta. Questo disco detta l’inizio della sua nuova vita artistica. E lo fa come mai avrebbe potuto. In modo impeccabile. Non che sia un capolavoro, ma sicuramente un album ben riuscito, con tutti gli attributi al posto giusto: un ibrido di folk, blues, soul ed elettronica, composto con una semplicità e una spontaneità evidenti. Se a tutto ciò si aggiunge anche un grande lavoro sulle liriche, sofferte e di stampo autobiografico, il quadro è completo. Canzoni come l’opened track, Pretty Little Thing, la successiva Pills In My Pocket e Biscuits colpiscono immediatamente, evidenziando le diverse influenze che convergono nella creazione artistica dei brani, ma delineando anche l’originale lavoro di assemblamento svolto dal Nostro. Tecnica che invece di appesantire il risultato finale, finisce per semplificarlo e snellirlo sorprendentemente. Fink procede per sottrazione. Ottimo esempio di ciò è soprattutto Kamlyn, apice dell’album: il cantato melodico e vellutato apre i sipari subito seguito da un arpeggio chitarristico sospeso nel vuoto, che viene impreziosito dall’aggiunta di una slide e dal mai troppo invasivo accompagnamento della batteria, sfociando in un ritornello blues emozionante. Ovviamente non tutte le nove tracce che compongono l’album possiedono lo stesso trasporto emotivo, molte finiscono per giocare fin troppo coi vari generi presenti risultando a tratti autoreferenziali. Ma la freccia di Fink ormai è scoccata, basta solo attendere che faccia centro.

Mai attesa fu più breve. Esattamente un anno dopo Distance And Time non solo conferma tutto ciò che di buono era emerso col precedente lavoro, ma si spinge ben oltre: rallentando i ritmi e spostandosi su un folk decisamente più intimo e personale. Stavolta non ci sono cadute di tono. La Ninja Tune ha finalmente trovato la sua splendida eccezione che conferma la regola, la sua nera grazia folk.

Scheda: Fink

copertina pdf #91