La “creatura” Echran vede la luce solo quest’anno a livello discografico, ma è frutto di tre anni di rodaggio durante i quali Davide Dal Col e Fabio Volpi hanno provato a fondere esperienze diverse. Nel progetto confluiscono l’approccio dark-ambient di Davide, sperimentato con i suoi Ornament, e le esperienze psych-noise del collettivo Otolab, di cui fa parte Fabio.
Mondi musicali diversi, che si fondono in un approccio che riesce ad essere estremo nelle scelte e popular nell’organizzazione formale, ma che soprattutto, riesce a infondere nuova linfa ad un panorama musicale italiano in gran fermento.
L’esordio discografico del duo, dopo aver suscitato non pochi entusiasmi presso la stampa specializzata, cerca ora di superare la “cortina di ferro” della musica sperimentale, che generalmente si accontenta di vantare elogi incondizionati della critica senza trovare quasi mai riscontro nel pubblico. Echran vuole essere, in questo senso, un punto d’incontro tra le ragioni della sperimentazione e il dialogo diretto con il pubblico attraverso un linguaggio non mediato e direttamente fruibile. Un’impresa non da poco, una scelta difficile ed entusiasmante allo stesso tempo, di cui l’omonimo album rappresenta il punto di partenza. I due non ci pensano proprio a definirlo un progetto e ci tengono a considerarla un’esperienza appena nata, che avrà sicuramente un seguito. A cui stanno già lavorando.
Era quasi un dovere, da parte nostra, far loro un po’ di domande. A cui hanno risposto con l’entusiasmo e la sincerità di chi crede fermamente nel lavoro che sta facendo e che ha intenzione di portare avanti.
Davide: Echran è nato nel 2003. Io e Fabio ci conosciamo da una decina d’anni, nella seconda metà degli anni ’90 abbiamo fatto parte insieme di un gruppo electro-dark milanese, i Vidi Aquam. Io già suonavo la batteria nei Città Sotterranea, gruppo rock-noise melodico. Successivamente abbiamo preso strade diverse per poi rincontrarci e decidere di dare vita ad un progetto nel quale far convergere le nostre esperienze.
Davide: Io sono nato e vivo tuttora a Seregno, in Brianza. Il mio rapporto con l’estero dal punto di vista musicale si riconduce al fatto di ascoltare prevalentemente musica straniera, nient’altro. Fabio, invece, attualmente lavora a Dakar, in Senegal.
Davide: Sicuramente. Il mio modo di comporre e pensare la musica è praticamente lo stesso. Ne esce qualcosa di diverso perché i nostri metodi si scontrano/incontrano. Sono sempre stato attratto dalla reiterazione, dai loops, dai drones, dalla musica ipnotica e rituale orientata sul versante ambient e industriale. Ma non solo: anche il movimento techno-trance è stato piuttosto importante per me. Fabio invece ha un modo diverso di comporre, lavora più sulle modifiche del singolo suono, mentre io sono più tendente alla sovrapposizione di diversi strati sonori. Inoltre io spingo verso la dilatazione temporale, mi piacciono le suite, Klaus Schulze, Tangerine Dream, i lunghi e monumentali brani dei Pink Floyd, Fabio invece stringe molto sui tempi. Questa nostra diversità poteva essere un problema, invece abbiamo trovato un equilibrio e tutto sta in piedi.
Davide: Certo! Abbiamo già del materiale nuovo su cui lavorare, sia audio che video, e non manca la voglia di suonare dal vivo, di farci conoscere, di coinvolgere le persone interessate.
Davide: Le vendite vanno discretamente. L’importante è fare girare il nome il più possibile. Ebria Records e Smallvoices hanno fatto un ottimo lavoro di distribuzione, sia in Italia che all’estero, il nostro disco si può trovare in molti cataloghi. Questo ci dona molta visibilità.
Fabio: Nasce dal caso: ho studiato e lavorato spesso in paesi francofoni, mi è venuto in maniera quasi naturale usare quella lingua. Inoltre trovo molto interessante la musica rap francese di Parigi, costituita soprattutto da immigrati dal Nord-Africa, dura, essenziale, senza Lamborghini e Ferrari sullo sfondo.
Davide: Anche io trovo che le etichette lascino il tempo che trovano, tuttavia ho apprezzato molto la tua analisi dell’album, anche se credo che gli elementi base della nostra musica più che nella techno vadano ricercati nel post-industriale, penso ai Coil, Throbbing Gristle, NIN... la nostra sfida, se così si può chiamare, è quella di tradurre i codici di questa corrente radicale, quindi più o meno ostica, e riscriverli con un linguaggio più comunicativo, più pop.
Fabio: Io devo dire che amo le etichette e mi divertono tantissimo, avrei voluto fare il critico musicale da grande, ma é andata male. Mi ha colpito molto favorevolmente l’ idea “post-techno”, per il modo in cui abbiamo utilizzato e reinterpretato alcuni aspetti di questo genere, soprattutto i suoni.
Davide: Suono da tanto tempo, sono cresciuto ascoltando musica e suonando di pari passo. Ho ascoltato e ascolto tante cose differenti: dal rock progressivo alla new wave, dal metal estremo alla dance, dal neo-folk alla psichedelia. Vado a periodi, certi generi sono stati più importanti di altri, questo sicuramente: il dark-ambient e l’industrial li ho sentiti miei sin da subito, anche il metal... ho tanti gruppi che porto nel cuore, i Current 93, i Third & The Mortal di Painting On Glass, Raison d’Etre, gli Emperor, Wall Of Voodoo, Sonic Youth, King Crimson, Tool, Death In June... potrei andare avanti con un elenco lunghissimo... la musica per me è sempre stata un universo. Poi ovviamente alcune cose si riflettono in quello che suono, da questo punto di vista mi sento piuttosto vicino a certi Suicide, ai Kirlian Camera degli anni ’90, ai Deutsch Nepal, al suono cosmico dei Tangerine Dream...
Fabio : Concordo con tutte le influenze di Davide, aggiungo sicuramente Joy Division, Einstürzende Neubauten e Pan Sonic.
Davide: Ho cominciato con la chitarra, ho studiato musica per un paio di anni, poi sono passato alla batteria e infine a laptop e sintetizzatore. Avevo pensato ultimamente di imparare a suonare qualche altro strumento, mi piace la fisarmonica... mia madre mi dice sempre di imparare a suonarla, così da avere la possibilità di fare “un po’ di soldi nelle balere, invece di continuare a torturare la gente con questi rumori”...
Fabio: Suonavo il basso, o meglio, lo devastavo con tutti gli oggetti possibili, poi con sollievo mio e del pubblico soprattutto, sono passato alla ricerca e alla composizione dei suoni attraverso i software.
Davide: Seguo con entusiasmo le uscite della Gigolo Records, le trovo decisamente accattivanti. Il mercato è denso di produzioni, ma (almeno in Italia) c’è carenza di attività live. Paesi quali Germania, Francia e Belgio hanno sicuramente una marcia in più in questo senso.
Davide: Personalmente non ho nessun rapporto con la musica contemporanea, non l’ho mai ascoltata, la considero una mia lacuna. Non è l’unica...
Fabio: Ne ho avuto un rapporto quasi diretto, ma non come Echran. Attraverso Otolab, con il nickname Dies ho avuto il grande piacere e onore di portare un lavoro audio e visual alla manifestazione Sincronie che si è svolta a Milano nel 2004 e 2005.
Davide: Certe band l’hanno già trovato il punto di unione, guarda i Primal Scream, o alcune formazioni del cosiddetto post-rock come 65daysofstatic. Non credo che il futuro della musica sia da ricondurre a contaminazioni o alla ricerca. O, meglio, non solo a questo. La musica avrà un futuro finché ci saranno musicisti con personalità, sia che facciano rock and roll, sia che sperimentino qualsiasi combinazione musicale possibile.
Davide: Ciò che vogliamo essere. Comunicazione. Fruibilità.
Fabio : È un termine che mi interessa se riferito alla musica popolare, ovvero quella che nasce dal quotidiano e dal basso e non imposta dal mercato discografico.
Davide: Magari! Ci piacerebbe!! Non è facile trovare date, vedremo...
Fabio: Buona parte dei visual sono una reinterpretazione di lavori di Tarkovskij visti attraverso la degenerazione e la perdita di informazioni, che crea però visioni interessanti, generate da compressori digitali di immagini.
Davide: No, non ci ho mai pensato, davvero.
Fabio: Direi di no.
Fabio: Diciamo l’opposto della composizione a freddo, intellettuale. Diciamo un lavoro “di stomaco”, primordiale, di ricerca sonora del suono perfetto, quello capace di sostenere da solo un brano intero.
Davide: Per ora no, siamo troppo vincolati dai visual dal vivo per improvvisare, e poi non siamo ancora in grado di gestire una cosa del genere. Prima dovremmo trovare qualcuno che lavora sui nostri visual dal vivo, e poi suonare molto di più insieme per arrivare ad un livello di coesione sufficientemente alto per lasciarci andare all’improvvisazione. È un modo di suonare molto difficile, più di quanto si creda.
Davide: Mi piacerebbe che fosse molto eterogeneo, significherebbe che la nostra proposta disegna un tracciato trasversale.
Davide: Assolutamente no. Come ho già ribadito, corriamo nella direzione opposta.
Davide: Grazie a te per l’intervista! Ti aspettiamo dal vivo. Ti voglio sotto il palco a prendermi quando faccio stage diving!!
Scheda: Echran
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