L’amore per il Jazz, e per Miles Davis in particolare, non è un segreto per chi segue Sasu Ripatti negli svariati alias, specie con quello di Vladislav Delay. Eppure un aspetto meno noto della biografia del musicista finlandese emerge con forza proprio ora che il mercato accoglie Tummaa, lavoro di svolta non drastica ma decisa, album il cui shifting riguarda il suonato piuttosto che il suono: in sostanza un progetto gruppo.
Non è poco per un musicista elettronico definitosi da sempre antisociale. Note sono le dichiarazioni che da almeno un paio di anni circolano nei magazine e sulla rete: “Il prezzo della libertà e della perfezione è un sound riconducibile a un plug in. Lo stesso che tutti utilizzano” (Resident Advisor, 2007), ergo l’antidoto ha per forza a che fare con l’imperfezione e la via da percorrere un “glitch vissuto”. Tutto chiaro, o quasi, e ci ritorneremo, ma se ripercorressimo la storia daccapo alla luce delle informazioni dei ben informati della All Music Guide? Tutto inizia dalla frustrazione di non essere riuscito a formare una band. Illuminante. Ma siamo nei pieni Novanta, non dimentichiamolo. Il boom digitale. Internet. Ricordate le promesse fatte dai media, addirittura moltiplicate in campo musicale? Ok Computer fammi diventare il Dio suono, fammi campionare qualsiasi cosa e distruggerla, assemblarla, moltiplicarla. Sovrainciderla. Soprattutto fammi spendere poco. E possibilmente real time, come nel telefilm 24. In pratica, nel ’96 Sasu ha vent’anni e il famoso click and cut nato dalle cose di Oval è al massimo del cool, specie nel Nord Europa. E se ci imbarcassimo in una delle nostre solite divagazioni? La formazione avrebbe sicuramente contemplato macchine e strumenti, proprio come andava di moda a Berlino (To Rococo Rot, Tarwater, Barbara Morgenstern, la Scape Records ecc.). Residenza inforcata giusto due anni dopo, ma ora a Helsinki e prima a Oulu è tutto un riff di Black Metal e chitarre al vento stile Air (e non parliamo della band). Non c’è verso di metter in piedi un progetto così cosmopolita, da squat e mostra con installazione multimediale.
Inoltre Sasu ama il jazz e vuole provare una cosa che lui chiama post jazz. Nel mix ci vuole anche il dub e tanti ritmi, cassa dritta e pure della world. A lato, ricordiamo che essere indie in Finlandia significa cose diverse rispetto ad altre parti del globo. L’indie, l’underground, è unicamente nella capitale e il farne parte significa techno e non la cricca pop o rock che sia. Sähkö Recordings, residente nella capitale finnica, è la risposta. Cassa in quattro ultra minimal, brand che l’intellighenzia europea sta già apprezzando (vedi Wire). Inoltre, c’è una piccola scena rave tra i ghiacci di Helsinki, mi ricorda Ilpo Väisänen. Al tempo è lui stesso a organizzarne qualcuno, e l’amico Mika Vainio incide per proprio per loro sotto l’alias Ø. E’ il pre-Pan Sonic, roba da uscire pazzi, battito glaciale, claustrofobico, sound che per le orecchie di Ripatti rappresenta uno degli aspetti della propria terra dove “niente accade veramente” (Väisänen cit.) e il ritmo quotidiano veglia/sonno è pesantissimo.
Eppure per il futuro Vladislav Delay il suono infinito è un continuo stimolo all’addizione. Un batterista jazz studiato fin dalla preadolescenza come lui non può prescindere dalla voglia di lavorarlo, puntellarlo e riprenderlo continuamente ai fianchi. E questa volontà è anche viaggiare: attraverso numerosi viaggi, il drummer scopre sapori e particolarità del percuotere, tutte esperienze peraltro assimilabili al connazionale Lassi Lehto / Jimi Tenor. In comune tra i due la voglia di sapori caldi, di soul e funk, una rarità per i musicisti nordici, specie elettronici. Per Sasu è il risuonare della singola battuta, la restituzione del timbro, l’unità minima del desiderio. Brasile, Cuba, Giamaica e Africa sono le mete preferite e così pure i terreni del suonato prediletti, tutti ricollegati al modello jazz per eccellenza, Philly Joe Jones, il batterista preferito di Davis che già dai quattordici anni è anche il suo.
Jones è noto come Machine Gunner per via della precisione e di una rara capacità di suonare forte senza perdere in timbrica. Il sound di quelle bacchette sulle pelli, i rintocchi che potenti risuonano nei dischi di Miles, sono i sample dell’anima. Il minimo comune denominatore da riprodurre con le macchine. Vi stiamo raccontando tutto questo a mo’ di prequel. Il finale del corto coincide con la prima del Nostro, intitolata guarda caso The Kind of Blue. L’anno è il 1998 e l’etichetta la Huume, o meglio, è un’autoproduzione come ne arriveranno altre negli anni a venire. E citando questa, Ripatti risponde alla prima domanda di una lunga intervista. La mente va ancora a Tummaa, un lavoro di una squadra dove s’improvvisa e si seguono partiture concordate; pur con modalità non convenzionali, si suona come in una band. Ai margini pattern e layer.
Gli aspetti sottesi alla svolta sono chiari, ma si disveleranno completamente quando apprendiamo di microfoni particolari appiccicati a svariati tool-percussivi; Sasu suona senza curarsi di monitor e di plug in e davanti a lui, ci assicura, si aprono possibilità concrete. La libertà è una parola grossa, l’immediatezza ne è sicuramente il fondamento, ma tutto ciò va guadagnato nel tempo. La personale pocket revolution si realizza in tre anni, due dei quali passati on stage accanto al signor Basic Channel, Maurizio, Moritz Von Oswald, dove appunto suonava, seppure seguendo il groove e la battuta in 4 del quadratissimo leader del Trio di Vertical Ascent.
Il cerchio aperto più di dieci anni fa si chiude. E il prossimo passo? Già pensato: il Vladislav Delay Quartet, un progetto a quattro che vede Mika Vainio (metà Pan Sonic, uno anti-digital da sempre), Lucio Capece (presente anche in Tummaa) e Derek Shirley al double bass. Ripatti nel frattempo ha cambiato vita: è tornato in Finlandia. Non ne poteva più della pioggerellina berlinese, del dover fare il label manager di se stesso (con la Huume), di aver a che fare con tutti quei contatti. Lo spostamento gli ha giovato non poco. Soprattutto i risultati sono frutto di un gruppo di menti, proprio come voleva e fantasticava già nel ’97. Di più sono musicisti/amici che gli gravitano attorno da sempre. E sono cresciuti, si godono una seconda giovinezza. E’ gente ben sopra i trenta, oltre i fondamentalismi di gioventù, ma che proprio da quelli si è messa in gioco. L’ombrello filosofico di quest’incontro di sensibilità - tra techno, ambient, dub, pulviscoli industrial, l’immancabile kraut rock e ritmi etnici - è diretto verso un nuovo Fourth World, chissà se Jon Hassell apprezzerà.
La cosa più curiosa è che gli ingredienti sono quelli sui quali Sasu lavora da sempre. Gli stessi che hanno reso Entain e Anima dei piccoli capolavori d’ambient music. Detto questo non c’è dunque miglior momento per farci raccontare tutto questo e molto di più proprio da lui…
Il trio live ha cementato la mia voglia di suonare percussioni e batteria. Da un po’ desideravo suonare pattern ritmici con altre persone, ma farlo continuativamente on stage ha reso naturale proseguire questa direzione anche in studio con il mio solo project. In passato, inoltre, a parte qualche collaborazione come vocalist, non ero mai riuscito a trovare questo tipo di alchimie. Ora che le ho trovate vorrei continuare a farlo. Sono sicuro che darà pure più respiro ai miei lavori. Anche Tummaa è il risultato di un lavoro a tre.
I pattern sono piuttosto differenti nei due approcci. Comunicano sicuramente tra loro ma rispondono a due logiche differenti: in Tummaaa le percussioni non sono per nulla dritte e basate sui groove mentre in Vertical Ascent sono sempre 4/4 e groove based. Poi non argomenterei che da una parte sono più jazz rispetto all’altra. Il jazz non esiste più.
Sì. Il jazz per come lo concepiamo è morto. Prendi il quartetto con il quale uscirò in autunno: è un ulteriore tentativo di suonare musica con delle persone con strumenti acustici e per me di suonare la batteria e altresì creare ritmi che non ho bisogno di programmare ma soltanto suonare. Alcuni per esempio non li potrei programmare comunque. Sto cercando di creare qualcosa di diverso dalle passate produzioni Delay. E lo voglio fare con persone in carne ed ossa invece di macchine.
Sicuramente le cose sono cambiate da dieci anni a questa parte e se questo da una parte è fantastico, dall’altra sono fondamentalmente lo stesso, pure se il sound Delay è piuttosto differente da Anima al più recente, oppure da Whistleblower a Multila… Quello che voglio dirti è che non mi piace ripetermi e suonare “in sicurezza”. Dormire tranquillo pensando di aver fatto qualcosa di già sedimentato. C’è una sorta di agenda nascosta per tutta la musica che compongo. Mi aiuta allo stesso tempo a viaggiare sia tecnicamente sia musicalmente. Delay è un tipo di musica che va al di sotto delle strutture musicali e degli idiomi. C’è una inner vision o meglio un feeling inspiegabile a parole, neppure a me stesso. So quando le cose vanno in quella direzione e quando questo non accade faccio di tutto per portarle in quel posto. L’agenda segreta è probabilmente puro istinto.
Anima è stata una jam recording di due giorni. Vedevo sul monitor il film e sentivo l’audio composto di soli dialoghi e su quella base suonavo live quel che sentivo di dover aggiungere. Ho suonato 8 o 9 volte l’intero album. Poi ho aggiunto un’altra manciata di layer su quelli già incisi.
Nel trio con Moritz il drumming era potentemente pianificato. Oswald spesso possiede questa visione del ritmo nella sua testa e a me non rimane che aggiustarmi attorno a quell’idea. Con le mie cose soliste tutto è meno determinato. E pure i ritmi hanno minore importanza. Molte song di Tummaa iniziano con dei beats ma, bit dopo bit, terminano fregandosene beatamente dei ritmi. La filosofia risiede nel sentire quello che è meglio per la musica.
Direi l’opposto, anche se fisicamente ti rispondo di sì. Sono tornato a vivere nel Nord della Finlandia dove è molto buio per gran parte della giornata e per la maggior parte dei mesi invernali (anche se in quelli estivi la situazione si capovolge). Ho composto l’album proprio durante il Kaamos, ovvero quel che la gente del posto chiama il periodo scuro. E l’ho amato. Perché è bello gustarsi il freddo vero e l’inverno più pesto. Ho passato troppo tempo nella triste pioggia berlinese mentre qui la combinazione di freddo, neve, cieli puliti, la luna e un poco di sole sono le basi per far accadere qualcosa di magico. Naturalmente l’album è molto influenzato da questo contesto.
Credo di essere un fanatico dei ritmi dall’età di cinque anni. E non mi sono ancora scocciato. E’ come qualcosa di profondamente radicato in me e nell’uomo. Ti mantiene sano. Ed è un linguaggio che mastico con più naturalezza delle parole. Infine mi fa sentire bene. E’ il sale della vita.
L’aspetto primitivo del ritmo è sempre quel che viene prima nella mia musica. Anche quando apparentemente non c’è alcun ritmo. E’ un modo di sentirlo dentro piuttosto che un qualcosa che ti sta investendo come un bulldozer.
Fuori dalla Finlandia mi mancavano la neve, la solitudine e pure qualche tipo di cibo. Soprattutto mi mancava il modo con il quale le cose accadono. E’ più semplice che altrove. Poi posso fare a meno delle tormente ma non dell’acqua. Ho vissuto accanto all’oceano tutta la mia vita ed è fondamentale averlo vicino.
Non capisco la domanda. Ascolto enormi quantità di musica. Africana, classica, hip hop, metal ma quando l’ascolto per motivi miei mi limito a Bill Evans, Miles Davis, qualche cosa giamaicana, forse qualcosa di Chet Baker.
Da parte mia non cerco neppure di andarci vicino al jazz. E’ vero, ascolto jazz e dub. Pure il quartet a cui stiamo lavorando può essere inteso come jazz, ma soltanto nel senso che improvvisiamo. Voglio starmene molto lontano dai solo, o dall’avvicendarsi di tema-solo-tema, tipici del genere. Per dirla tutta mi annoia anche l’idea di aggiungere qualcosa all’idioma jazz, pure quando lo fanno i più grandi musicisti viventi quali Wayne Shorter o Branford Marsalis.
Il jazz lo è nella misura in cui è ispirazione. Ed è pure un qualcosa di importante da quando avevo quattordici anni. E le cose non sono cambiate molto da allora ad oggi. Ovviamente, i miei dischi non sono jazz di per sé, ma quando incisi il mio primo 12’’, The Kind Of Blue, e non avevo mai sentito nulla di propriamente elettronico, pensavo di fare qualcosa che avesse a che fare con il jazz eseguendolo con le macchine. Post-jazz.
Espanderlo oltre i confini. Creare qualcosa di nuovo che non è ancora stato creato.
Vladislav Delay produce ambient, Uusitalo techno e Luomo house. Altri due, dismessi praticamente sul nascere, raccolgono le prime produzioni (Conoco) e degli esperimenti minimal (Sistol). Sasu Ripatti non è il primo ad aver assunto svariati alias nella sua più che decennale carriera. Nel mondo elettronico sono una consuetudine, servono soprattutto per pubblicare di più e di conseguenza farsi conoscere velocemente, e i più famosi ad abusarne, Richard D. James e Luke Vibert, ne hanno sempre goduto.
Differente la sorte del finlandese a cui, specie all’inizio, sembrano portare sfortuna e portarsi appresso pregiudizi del pubblico e critiche poco lusinghiere. Gli album finivano nelle mani sbagliate con il primo Uusitalo a casa di chi mal sopportava la techno, o ancor peggio, Luomo a far salire sospetti nella produzione Vladislav Delay. Con quest’ultima sigla, la prima a uscire sul mercato e la più importante per il musicista, i problemi erano inoltre legati al genere stesso. Il mercato del cosiddetto clicks and cut stava saturando e, sebbene il punto di non ritorno non era ancora arrivato (sarà il 2002), era dura non venir etichettati come i minori di una scena piuttosto che il contrario. Specie se si esordiva per l’(allora) australiana Sigma Edition di due preparati, per roster e qualità, ex Thela (ricordate il terzo? L’osannato ai tempi Dean Roberts?).
Così, non furono in pochi, nel 1999, a sentire in Ele (Sigma Ed., 7.5/10), un lavoro sì complesso ma comunque à la page, prodotto fugace dell’ondata microchip. E naturalmente si sbagliavano. Con i suoi tre brani lunghi registrati live nel club Rainy Day di Helsinki l’anno precedente, il lavoro, soprattutto nelle orecchie ripulite d’oggi, entra divinamente. Prima di tutto perché è l’anteprima del primo capolavoro del finlandese, Entain, in secondo luogo in quanto le differenti versioni dei due brani in comune, Kohde e Ele, sono da collezione, entrambe figlie legittime del minimalismo di Terry Riley e dei tape experiment di Steve Reich. Nella primo la magia è un discorso di dettagli etno, nell’altra un gioco di lontani riverberi e modulazioni dub che pian piano emergono dallo sfondo.
In entrambi domina l’immancabile manto dronico, un vento che spira sia dalle montagne di Twin Peeks (via Badalamenti), sia da quello altrettanto affine, pure per gusto e scelte artistiche, a quello di Mark Nelson / Pan American (che in quell’anno pubblica lo splendido 360 Business / 360 Bypass). Facendo un doveroso passo indietro, c’è The Kind Of Blue (Huume, 1997, 7.3/10) , la prima produzione Delay in assoluto che vede la luce nel 1997 per la sua Huume. Le lunghe Siru e Kenno sono altrettanti esempi della già buona capacità del finnico nel calare l’ascoltatore sottacqua (o in alternativa dentro una barca) e nell’avvicinargli progressivamente i dettagli organici che pian piano iniziano a interagire tra loro.
E’ comunque Entain (Mille Plateaux, 2000, 8.0/10) il lavoro che chiude, sublimandoli, quattro anni d’esperimenti. Il passo successivo sarà una sonorizzazione, ma innanzitutto è ora di trattare sia la sigla Uusitalo che quella Luomo. Per la prima esce infatti un altro live, Vapaa Muurari (Force Inc, 2000, 6.0/10), un veloce spaccato della Helsinki techno, ma anche un tipico esempio di come un non frequentatore di club come lui registri un album “da pasticca” che gli aficionados dei locali non amerebbero mai. L’album chiaramente non piace, i ragazzi dei club non gli perdonano il tradimento della cassa per continui amori dub, stop del tempo a base di visioni ambient e peggio, dozzine di effetti e effettini, glitch e percussioni. Sempre nel 2000, esce Livingstone 12’’ (Force Tracks, 2000, 6.0/10), l’apripista per l’album Vocalcity (idem, 6.5/10), prova house speziata sexy funk e soul firmata Luomo. Il singolo Tessio, un retrò cantato scuola Chicago in coppia con la futura compagna AGF, è subito un must a Berlino, mentre il resto si immerge in un’house super easy, black ma bianchissima, qualitativamente media ma farcita di bassi divini (Synkro). La vera novità è però l’aver portato il regal glitch nella pistaccia da ballo. A Ripatti è venuto perfettamente naturale, ma per i suoi counter part dj era tutt’altro che scontato. E dunque punto accapo.
Il prossimo passo è in tutt’altra direzione: in cantiere ci sono almeno due progetti, il primo per un’etichetta che sicuramente lo ha ispirato in quanto a bass, la Chain Reaction per la quale esce Multila a nome Vladislav Delay (6.0/10), il secondo è la summenzionata sonorizzazione sempre per lo stesso alias. Multila è un lavoro vario, ma non portante, le cui fondamenta si presteranno maggiormente per i reading di AGF di Naima (Staubgold 2002, 7.3/10), registrato live all’Ars Electronica Klangpark nel 2001 e tra l’altro da annoverarsi come il più sperimentale e Rastern Norton like del Nostro. E in Naima c’è molto più della compagna che del suo. E’ altrove che il cuore batte forte. Con Anima (Mille Plateaux, 2001, 8.5/10), Ripatti entra direttamente nella storia. Con il suo impalpabile e circolare tema badalamentiano ad entrare e uscire dal campo auditivo, e il raffinato gioco di dettagli sullo sfondo, l’album è il sunto amniotico delle passate produzioni con un pizzico di industrial ad aggiungersi al platter. In pratica, è lo step forward, la quarta dimensione dove tempo e spazio collassano mentre l’ascoltatore galleggia tra memoria e continue spinte ipnagogiche. Sicuramente è il primo dei dischi Delay da acquistare.
Il secondo, se siete clubber, è The Present Lover, un album totalmente party fatto di house venata electro e wave. La formula ora ha carattere. E pure le canzoni. Fondando così un brand per gli album futuri (il fischiato Paper Tigers, Huume 6.0/10, e il più fortunato e maturo Convivial, Huume, 7.0/10), sempre più in grande nella produzione e sempre più zeppi di ospiti più o meno famosi. Con Luomo, Sasu farà praticamente il produttore ma in The Present Lover scrive ancora tutte le lyrics e vuole il controllo totale sugli aspetti del sound. Capita così che la BMG, accortasi di lui già dal 2001 grazie al singolone Tessio, lo voglia, ma proprio con quest’aspetto dovrà fare i conti, con esisti inappellabili. Il matrimonio con la major finisce puntualmente dopo un anno. E malissimo. Il finnico non sopportava le pressioni sul proprio sound e soprattutto le limitazioni alla distribuzione dei dischi basata su fumosi criteri di aspettative di vendita.
E quell’anno, il 2003, pare proprio scalognato nei rapporti con le label: pure le relazioni con la Mille Plateaux s’incrinano. Sasu decide così di tornare in proprio. Resuscita la Huume e pubblica Demo(n) Tracks (Huume 2004, 6.8/10), un lavoro che vira su track brevi, concentrato nello smembramento dub-reggae, ma anche il primo a balenare una certa maniera (e stile in repeat) che ne raffreddano l’estro. The Four Quarters (Huume 2005, 6.5/10) seguirà lo stessa sorte e non lontano andrà Whistleblower (Huume 2007, 6.8/10), l’album di Vladislav Delay che chiuderà la fase solitaria del Nostro.
Più interessanti pertanto, oltre che meglio accolti dalla critica, le produzioni cosiddette berlinesi sotto la doppia firma AGF / Delay, compagna che gli darà un figlio a breve e che in Explode - per la sua AGF Producktion (2005, 7.0/10) - rinnova sensibilmente il sound del finnico grazie a iniezioni e idee electro auf Tarwater e compagnia Lippok assortita. L’album è anche una sorta di manifesto anti-fashion (ascoltate A Distant View) nel quale il setting finlandese (dove è stato inciso) pare il perfetto background per inviare fredde missive contro lo stile di vita borghese della capitale tedesca (people look like rich and bored… …living only for the moment… fashion on stage… …entertainment for the rich). Tre anni dopo i due si trasferiranno a Oulu ma, nel frattempo, a Berlino, Sasu si fa in quattro per produrre e promuovere i propri lavori, oltre naturalmente a incidere con i soliti ritmi.
Interessante la rinascita, dopo sei anni, del techno beat firmato Uusitalo che con Tulenkantaja (Huume, 2006, 7.0/10) trova finalmente un modo di esistere ben oltre il club. L’anima è il piacere d’incastrare ritmi e linee a metà tra Tetris e lo sguardo dell’architetto. In pratica il gioco e l’intelligenza nel gestire gli spazi. Il gusto vero per questa sigla arriva però con il successivo Karhunainen (Huume 2007, 7.5/10), sorta di musique concrete techno driven che non disdegna né momenti groovey né field recording, momenti suonati alle percussioni (vedi intervista) e il loro utilizzo in loop. Ne salta fuori un sound che per lui significa casa (Uusitalo, ci dichiara, vuol dire nuova casa) e per noi è elettronica che nasce fredda e viene servita calda, sound asciutto/bagnato che profuma di fiordi, wilderness che vive nel continuo lavoro sui ritmi, umani e di vita che ogni tanto si concedono frazioni di secondo free.
Curiosità del primo dei due dischi, infine, è lo svelamento dell’albero genealogico ripattiano. Il padre è scrittore conosciuto mentre la madre fu un membro di un gruppo letterario radicale negli anni ’40. Ne parla il booklet attraverso foto e immagini casalinghe e stralci di testi, un altro modo per dire: “sto tornando a casa” ai genitori. Dicevamo delle percussioni, Sasu aveva iniziato a utilizzarle diversamente dalla programmazione al laptop all’altezza di The Dolls (Huume, 7.5/10), lavoro del 2005 con la fedele AGF che si avvaleva dell’illustre presenza di Craig Armstrong. La coppia aveva preparato un tappeto percussivo ambientale sul quale l’ex arrangiatore degli archi per i Massive Attack doveva poi suonare una base di piano nel suo stile jazzy. Il tutto poi cantato da AGF (versione chanteuse). L’esperimento funziona egregiamente. Da queste parti Delay, come giustamente notano i ragazzi della All Music Guide, riesce proprio dove Demo(n) Tracks falliva, ed è altrettanto vero che di quell’album lo scettro sarà per lei, Greie che sicura e maturata al canto (e senza i lavori di glitch cut up), darà un inconfondibile marchio lirico e performativo al lavoro.
E così arriviamo a Symptoms (BPitch Control 2009, 7.2/10) e Tummaa (Leaf 2009, 7.0/10) e già notiamo una piccola rivoluzione organizzativa. Entrambi i dischi escono su consolidate indie label, la prima Bpitch della nota Ellen Allien con la quale AGF ha già collaborato ampiamente, l’altra è la Leaf, una delle più interessanti label degli ’00, attenta al suono contaminato e alle novità di tali contaminazioni. Niente di più consono allora di un lavoro a tre coordinato da un Delay percussionista che ritrova l’intesa con il garbato piano jazzy dell’Armstrong di The Dolls (Melankolia) e l’altrettanto lucida mano di Lucio Capece negli smalti al clarino basso (si ascolti l’uso etno dalle parti dei Popol Vuh in Kuula). A sorprendere tuttavia è l’approccio: un dinamismo inedito rompe parecchie (se non tutte) le dinamiche del Delay solista, uno che, lo si diceva per Entain, dapprima creava un fondale / sfondo e poi faceva arrivare gli arrangiamenti in figura complicandone l’interazione.
E pure Sasu e Antye Greie, di nuovo in coppia, danno segnali di freschezza e perfetto gioco dei ruoli. Il secondogenito AGF / Delay è riuscito tanto quanto se non più del primo e tutta questa ritrovata freschezza pare sia scaturita proprio da nuove modalità del suonare e dal farlo con altra gente, entrambi aspetti trattati in dettaglio nell’intervista a cui vi rimandiamo. Ora attendiamo il Vladislav Delay Quartet e magari anche un’altra tournée con il Moritz von Oswald Trio.
Scheda: Vladislav Delay
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