Il re lucertola che amava dimenarsi in pubblico e finire bellamente tra le braccia della giustizia. L'uomo che ancora una volta unisce sacro e profano danzando però spiritato alla ricerca di un qualche confronto diretto. Certo, David Lambeth Yow non è mai stato un pugilatore, non ha mai impressionato per stazza fisica (come potrebbe ad esempio fare Eugene Robinson degli Oxbow), eppure arrampicandosi con disinvoltura su qualche amplificatore è anche arrivato a sfondare il tetto di un celebre locale londinese.
I miei occhi non possono certo testimoniarlo, ma al Garage, noto club della capitale inglese, andò proprio così. L'abbraccio della folla è l'estasi in cui i Jesus Lizard bagnano le proprie esibizioni, proprio come si converrebbe ad una sgangheratissima formazione post-liceale alle prese con un repertorio hard-rock o hardcore-punk.
A Chicago, i Jesus Lizard fecero la storia del rock indipendente, siglando un accordo con Touch & Go e divenendone uno dei gruppi simbolo. La loro musica è nota come loud rock, a loro stessa detta una miscela infernale di effluvi seventies, riprogrammati attraverso le esperienze formative del punk (e in scala minore new wave). Col senno del poi, l'etichetta noise-rock può risultare oltremodo fuorviante. Qui si parte dall'hard-rock ed è quella la pietra di paragone, non solo per i Lizard, ma anche per le numerose invenzioni di Steve Albini (o per la benemerita Amphetamine Reptile di Tom Hazelmyer). Non sono i pachidermici riff di Ritchie Blackmore o l'organo di Jon Lord, la musica di questi anti-eroi degli eighties si fonda semmai sulle frustate di basso di un John Paul Jones o sullo stomp di sua immensità John Bonham. Loud rock appunto, è l'hard disossato, sparato magari a vertiginose velocità – non necessariamente, dato che uno dei pezzi fondanti di questa musica è proprio Dazed And Confused dei Led Zeppelin - privo di fronzoli (leggere alla voce assoli) e sicuramente ripulito da lustrini e paillettes.
Prima della windy city c'è però Austin, Texas, città dove era più logico rimpinzarsi di anfetamine e birra piuttosto che attentare allo stato dell'arte. Non erano dello stesso avviso gli Scratch Acid, in cui troviamo un imberbe Yow, l'altro futuro Lizard David Wm. Sims (basso, chitarra e piano), il chitarrista Brett Bradford ed uno dei migliori batteristi rock di sempre: Rey Washam, che suonerà anche nei Big Boys e, assieme allo stesso Sims, nei Rapeman di Steve Albini (ad oggi la forma musicale più alta toccata dall'occhialuto produttore di Chicago). Il beat primordiale di Washam, una sorta di Keith Moon della blank generation, sottolinea per tutto il corso delle operazioni lo stile degli Scratch Acid, profondamente malsano, un boogie & roll ad alto voltaggio talmente atipico da poter scaturire da una forzata addizione di Cramps e Birthday Party. Ma è solo un'ipotesi, o una forzatura se volete.
La voce di Yow è poco più di un rantolo; ancora non definito, il suo urlo convulso inizia a farsi largo tra le maglie di un suono melmoso, ma già sufficientemente geometrico. Merito ancora una volta di Washam che presterà i suoi servigi anche ai locali Big Boys (della serie: te lo do io il punk funk! Il gruppo di Tim Kerr coverizzava i Kool & the Gang oltre ad esibirsi in serpentine punk rock al fulmicotone) in una parabola ascendente di musicista/turnista che lo porterà addirittura ad esibirsi coi Ministry. Mosche bianche sotto il cocente sole texano – in buona compagnia degli stessi Big Boys e dei dirimpettai Butthole Surfers (che arrivavano da San Antonio) – gli Scratch Acid ebbero un'esistenza musicale compresa tra il 1982 ed il 1986. La loro intera discografia è raccolta nell'antologico Greatest Gift, ovviamente pubblicato da Touch & Go.
Il primo a fare i bagagli con destinazione Chicago è Washam, che una volta giunto a destinazione mette in piedi i Rapeman (uno dei nomi più confortanti della storia contemporanea...) con Albini, chiamando presto a sé il vecchio compagno di ventura Sims (che a sua volta si fa accompagnare da Yow per il viaggio). I Rapeman durano il tempo di un extended play e di un album: i classici conflitti di ego minano implacabilmente l'esistenza del gruppo.
Nel 1987, i Jesus Lizard sono realtà. Il terzo elemento è il signorile chitarrista Duane Denison, proveniente dai Cargo Cult (anche loro texani), formazione invero imbrigliata in maglie metal, punk e generic rock. Si parte in trio, con una drum machine di scorta, che il ruolo di batterista è ancora vacante. L'ep Pure non è che una timida introduzione allo stile del gruppo, un rock dai tratti quasi industriali che inevitabilmente trova riscontro con lo stile battagliero dei Big Black (produce Albini, invogliando più di un paragone in merito). Pur se immaturi, i 5 pezzi di Pure sembrano il presagio a qualcosa di ben più tellurico, anche se gli scenari claustrofobici del disco possono essere letti come un preludio alle marziali prove in divenire di Head Of David e Godflesh.
Correva l'anno 1989, di lì a poco il gruppo farà la cosa giusta reclutando il giovane batterista Mac McNeilly. E la musica cambia. Head è la prima pietra d'angolo del gruppo, ovviamente per l'etichetta di Corey Rusk, un sunto di quello che verrà. Il decennio si apre così con un stile tagliato chirurgicamente. Rimpolpata la sezione ritmica, i Lizard prendono il volo verso la mecca del suono bianco, aprendo i volumi e cimentando una cifra che d'ora in avanti sarà unicamente la loro. Ogni singolo ingresso, ogni singolo riff porteranno il loro indelebile nome, quasi a rivedere in una versione spietata e sufficientemente cyber le dottrine hard-rock. Il pezzo manifesto per il nuovo mondo che verrà si chiama Killer McHann. E' però nel 1991 che il gruppo dà alle stampe il capolavoro della prima parte di carriera: Goat. Rimbalzando dall'assurda e rocambolesca provincia americana agli scenari urbani della big city in un mare di equivoci, psicodrammi e malattia liofilizzata, l'universo di Yow è ancora animato da fantomatiche paranoie. Pubblicità regresso. Il Fight Club dell'indie-rock. Ma non sbandieratelo...
E' Duane Denison ad uscire prepotentemente ora, con un chitarrismo sempre ispirato e tagliente, capace di accorpare piccoli arabeschi e intime rifiniture dark. Uno stile dunque più aperto, che distingue di primo acchito la band di Chicago dalla masnada di musi duri del noise-rock che si agitano in sottofondo. L'intelligenza di Duane si misura sia nei riff a grana grossa – l'anthem Mouth Breather, uno stomp zeppeliniano a 1000 all'ora – che nella slide di Nub, rumore di ferraglia per un ballo scellerato. Con Seasick ci risiamo, l'antico sogno nefasto del re inchiostro si manifesta in chiaroscuri da cinematografia horror. Inquietudine mascherata dall'interpretazione di Yow, tutt'altro che personalità alla deriva. Spesso ci si interroga su quanto sia sottile l'arte di questo piccolo gioco al massacro. Di certo, le sue parole sono più nitide e, rispetto agli esordi, il timbro meno ingarbugliato; non propriamente un urlatore, semmai un caratterista destinato al grande circuito underground. Rodeo In Joliet, ultimo brano in scaletta, anticipa di gran lunga le supposizioni sul delittuoso costume del post-rock. La sporcizia del punk è riciclata in stereofonia progressiva con sussulti dark-wave coreografici. Molti artisti della consorella Quarter Stick sono partiti da qui.
Con Liar, del 1992, è evidente che qualcuno sedutosi appositamente dietro al banco di regia abbia alzato i volumi. La macchina è più oliata, il suono ancora più definito, un crunch collettivo che forse rinuncia a qualche sfumatura di fondo per entrare con prepotenza nelle vostre case. Wall of sound, senza riserve su quale sia la merce di scambio favorita. L'apertura con Boilermaker mette al tappeto, poi arriva Rope e la frustata finale con Dancing Naked Ladies. Puss sarà di lì a poco inclusa nello split single coi Nirvana, dove quest'ultimi tagliano l'inedita Oh, The Guilt. Del resto Cobain stravedeva per la band di David Yow e non ne ha mai fatto mistero.
Nel 1994, esce il primo disco major del gruppo. Il profetico titolo Show certo non lascia adito ad alcun dubbio. Registrato dal vivo presso il CBGB's di New York il 19 dicembre del 1993, il disco è un quadro fedele del tipico assetto live del quartetto. Una carrellata di 15 brani che pescano con il giusto equilibrio nella discografia del gruppo anticipandone le mosse successive. Il disco è una co-produzione Collison Arts/Giant Records, la distribuzione internazionale è curata dalla Warner.
Lo stesso anno, Touch & Go dà alle stampe Down, l'altra inarrivabile vetta nella forsennata carriera artistica dei nostri. E qui, se il cambiamento non è radicale, poco ci manca. Duane Denison ha compiuto un ulteriore passo avanti incorporando elementi decisamente jazzy nel suo stile sublimando così l'avventura in parallelo con Denison Kimball Trio (in realtà un duo col batterista Jim Kimball, il cui primo disco Walls In The City è la colonna sonora di un film indipendente incisa per l'emergente Skin Graft).
Riascoltando un brano come The Accident - e notando anche la maldestra evoluzione vocale di Yow - sembra quasi dipanarsi un duetto tra Tom Waits e Marc Ribot sull'orlo del precipizio. Anche i brani di più rapida presa come Fly On The Wall e Queen For A Day trasmettono un'altra vibrazione, scegliendo geometrie forse più morbide, senza per questo perdere il colpo d'anca. Le fasi strumentali di Low Rider puzzano lontano un miglio di western soundtrack, mentre il vizioso organetto di Horse odora di malsano sixties sound. Il ventaglio di possibilità sembra infinito, ma le tentazioni sono dietro l'angolo, e con loro il desiderio - più o meno recondito – di cambiar vita.
All'epoca si parlava ancora di verbal agreement (la famosa stretta di mano). I Jesus Lizard si separano consensualmente da Touch & Go per accasarsi presso la Capitol. Ne deriva un disco contraddittorio come Shot (del 1996). Accompagnato da una preventivabile coda polemica, l'album prodotto da GGGarth (l'uomo dietro al primo Rage Against The Machine) è ovviamente più rifinito e sensibile alle tentazioni del circuito alternative rock. I Lizard, del resto, avevano fatto il 'salto', partecipando anche alla recente edizione del Lollapalooza e scrivendo un brano in esclusiva per la colonna sonora del blockbuster indipendente Clerks.
A posteriori, non un disco da lasciare nel dimenticatoio, eppure non c'è più nulla di urticante in questa musica. La voce smaniosa di Yow, così in prima linea, fa quasi impressione. Di buono c'è Good Riddance (ancora la slide di Denison) e Skull Of A German, che nell'incedere pone in essere un paragone con gli Shellac e di conseguenza con il boogie rock degli Zz Top.
Nel 1997, l'ottimo McNeilly abbandona la scialuppa, additando i soliti – diplomatici – motivi personali. Dentro il veterano Jim Kimball, che ovviamente trovata l'intesa con Denison in DK3 ha modo di rispolverare il suo curriculum post-punk, costruito in formazioni culto come i Laughing Hyenas dell'ex Negative Approach John Brannon ed i discepoli del più mefitico blues Mule (band del futuro solista P.W. Long).
Per l'omonimo Ep a venire, c'è un cambio occasionale di etichetta. La Jetset di New York è pronta a spalancar loro le porte e, per la prima volta, nel titolo del disco non si scorge una parola di quattro lettere. Jesus Lizard è un ovvio lavoro di transizione che non offre rigorosi spunti sul futuro indirizzo della band. Semmai è curioso notare l'alternanza in consolle di tre diversi produttori: l'idolo Andy Gill (chitarrista dei Gang Of Four), John Cale e addirittura Jim O'Rourke.
Siamo nel 1998 e nello stesso anno solare esce Blue (ancora Capitol e il solo Andy Gill in supervisione), un disco senz'anima, che segna inevitabilmente il passo anticipando lo scioglimento del gruppo ufficializzato con un ultimo live ad Umea, Svezia, il 27 marzo del 1999.
Rimane solo il ramamrico di un lento declino per una formazione che, nei successivi impegni, non riuscirà mai a ricreare il dissacrante ed originale approccio al rock più nerboruto. Sono infatti poca cosa i Tomahawk di Mike Patton (in cui troviamo Denison e l'ex-Helmet John Stanier alla batteria) ed i californiani Qui (ancora per Ipecac) in cui sembra sollazzarsi il pur sempre irriverente Yow.
Tenere questo manipolo di bastardi lontani da un palcoscenico è però un sacrilegio: dopo la reunion degli Scratch Acid per il 25nnale della Touch & Go tocca agli stessi Lizard, che nell'estate del 2009 torneranno in scena con una serie di apparizioni esclusive nei più importanti festival europei (l'ormai classico All Tomorrow's Parties e l'altrettanto solido Primavera Sound).
Li persi nel loro momento di massimo splendore, ma spesso alle ragioni del cuore non si comanda. Tant'è che la loro performance in quel di Barcelona (al Primavera per l'appunto) rimane uno degli highlight della stagione in rock. La formazione originale è di nuovo attiva ed il rombo è quello dei giorni migliori. Ci hanno preso il vizio sapete? Guardate le date, questo settembre sarà anche all'insegna di questi indomiti loud-rockers.
Scheda: Jesus Lizard