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Pubblicazione 15 Settembre 2009

Little Claw

Piccoli artigli crescono

In occasione dell’uscita del nuovo Human Taste, diamo un piccolo sguardo ad una delle sensazioni più out dell’underground americano.

Sono tra i favoriti di Art For Spastics, il programma radio/blogzine/bibbietta underground gestita da dj Ricks, oltre che di molti altri trapanatori di suoni dell’underground americano. Non solo, vengono da due città tra le più rumorose d’America: una per tradizione (la Detroit del nostro speciale), l’altra d'attualità perenne (Portland, chi sennò?). Dalla prima provengono fisicamente i fondatori e l'asse portante della band - la chitarrista Kylinn Lunsford e il bassista/chitarrista Heath Heemsbergen, mentre nella seconda si sono trasferiti da qualche tempo per affinità diciamo elettive, dato il clima sperimentale della città cara a Palahniuk. Pardon, trasferiti o trasferite, dato che l’ingombrante presenza di Kylinn – prototipo della bambina cattiva metà Lydia Lunch, metà Joan Jett la riottosa – finisce spesso per identificarli come una girl-band, pure se 2 terzi (o quattro quinti stando alle ultime news) sono maschi. Pazienza. Un terzetto si diceva, almeno nella prima incarnazione di base a Detroit.

Little Claw
2009

Per primi si incontrano Kylinn e Heath. Avviene durante il “Great Eastern Seaboard blackout” del 2003. Iniziano a strimpellare le acustiche e a cantare al buio, nell'oscurità, un aspetto particolare questo che sembra caratterizzare da subito le musiche del trio. Poi arriva il terzo, un forsennato e una vecchia conoscenza dei palchi americani: Jamie “Jimbo” Easter che abbiamo imparato a conoscere nelle scorribande passate (Piranhas), presenti (Druid Perfume) e sicuramente prossime (Timmy’s Organism). I tre Little Claw sono pronti. Esordiscono nel 2005 con un album sottotraccia, borderline come piace a noi.

L'ellepì è omonimo ed esce per Ypsilanti, minuscola label dell’omonima località del Michigan. Tiratura microscopica per un 8 pezzi sul crinale tra blues deforme, la wave più NO e il post-punk più abrasivo. In poche parole, deragliamenti avant-garage in paradossale modalità semi-acustica e zero tolleranza per i suoni di moda. I pezzi sono scomposti (il blues semiacustico di She Wolves), ubriachi (Wife), ipnoticamente rock (Ice Age) e afasicamente no-wave (i fiati malati di Freshwater Beach e della conclusiva Shoplifting Cart) e non basterebbe mischiare Teenage Jesus & The Jerks, L7, Slits, Royal Trux e Sonic Youth per chiuderli in un recinto. Moss Has Fang (questo anche il nome con il quale l'omonimo è conosciuto) presenta una band senza cazzi né mazzi.

Il tempo di far uscire un 7” split con Michael Yonkers su X! Records – giusto per non tagliare i ponti Detroit – e la formazione si sposta a Portland, perde per strada Jimbo e lo sostituisce con Hendrik Deherder. Spit And Squalor Swallow The Snow ne è il risultato. L’underground americano inizia a filarseli, e non è solo merito della Ecstatic Peace. L'album stratifica la formula, la decomprime senza togliere nulla all'ossessione primigenia. Anzi, la nenia ghost-folk che lo inaugura (Hobo Baby Zeus) fa accapponare la pelle così come l’incedere minimale di Prickly Pear e Lake Crescent Freeway, quello drogatissimo e free di Domestication Of Manchild o le ossessioni ectoplasmiche della reprise di Shoplifting Cart Pt.2. Portland ha influenzato positivamente i ragazzi: meno volume e più paranoia con esiti psych malati iniettati di reiterazioni blues.

Non ce ne voglia Heath, ma è lei, Kylinn, la leader. Le sue fusa, le pose da chanteuse, i suoi graffi da pantera, e ancora l'ossessione per Nico, la frangetta scomposta, la presenza scenica sul palco fanno di lei l’epicentro indiscusso del suono targato Little Claw. Human Taste, il nuovo lavoro, non è che la sublimazione del suo talento e dell'affiatamento della band, perfetto condensato delle brutture del primo lavoro e delle dilatazioni sonore del secondo, tra gli eccessi disturbanti e rumorosi dell’esordio e l’inquietante paranoia post-Velvet Underground-e-tutto-ciò-che-segue del comeback.

Non da meno lo iato biennale tra i due dischi durante il quale il trio ha incamerato un secondo batterista, Adam Svenson, e il percussionista/tastierista Damon Sturdivant e battuto spesso i sentieri del vinile corto: Why, Why Not? su Physical Sewer; Race To The Bottom per Siltbreeze; Prickly Pear su Columbus Discount e il consigliatissimo e introvabile volume 6 di The World Is Lousy With Ideas della Almost Ready Records, diviso con Eat Skull e Psychedelic Horseshit. Per comprendere i Little Claw e l’humus sul quale sono germogliati, però, bisogna ricordare Shiftless Decay: New Sounds Of Detroit, il manifesto detroitiano di cui abbiamo già parlato. Se non avete quello, iniziate da lì.

Scheda: Little Claw

copertina pdf #91