Ammettiamolo pure, che male non fa: pochissime riapparizioni di band del passato hanno offerto risultati di rilievo o sono stati qualcosa di più che patetici teatrini di gente imbolsita e schiacciata da uno ieri ingombrante. Per non dire di chi - ed è tendenza degli ultimi anni - risuona “live” da cima a fondo un suo album particolarmente rilevante col senno della mezza età. Non sarebbe a quel punto meglio spingersi in territori nuovi che restare ancorato a fare la cover band di sé stessi, a perdersi nel raccontare e raccontarsi di come eri bravo e bello da giovane? Così sì che restiamo intrappolati nel vicolo cieco di un falso presente che - artisticamente immortale: il punto, però, non è questo - distoglie dalla contemporaneità. Che quest’ultima sia di regola meno interessante, è altra faccenda.
Qualcuno, nondimeno, è riuscito a sottrarsi alla regola e Os Mutantes sono, pur non toccando i vertici dei Faust, tra costoro. Probabilmente perché la loro storia ha sempre tenuto lontana la convenzionalità e - come ogni Tropicalista che si rispetti - di luoghi comuni e norma i fratelli Baptista hanno costantemente fatto cartaccia. E’ che sin dai primi giorni, il trio formato a metà dei ‘60 da Sergio e Arnaldo con Rita Lee lavorava (come i sodali Gilberto Gil, Tom Zé e Caetano Veloso) sperimentando in musica la voglia di libertà in uno stato dittatoriale, in un ambiente sociale ricco sì ma di spirito e cultura, ambedue stratificati e complessi. Raccontarsi orgogliosamente originali reinterpretando la cultura occidentale, scrivendo regole nuove e del tutto particolari, da questa poi raccolte fu una mossa geniale il cui senso è oggi lampante.
Senza farsi colonizzare anche in questo e - più disinvolto di Pelé - mescolando psichedelia e pop, musica concreta e folk autoctono, il Tropicalismo anticipava il crossover “totale” che ci circonda oggi. Affermare che Os Mutantes - nome tratto dal romanzo di fantascienza L’impero dei mutanti del francese Stefan Wul - abbiano recitato un ruolo fondamentale in ciò non è un azzardo; significa piuttosto collocare nella giusta prospettiva un gruppo fenomenale, con in carniere almeno un tris di caleidoscopici splendori (tra l’omonimo debutto, la risposta Mutantes e A Divina Comédia Ou Ando Meio Desligado fatichi a scegliere “il” Capolavoro: perché dovresti, poi?) più l’eccellente Jardim Elétrico a tirare la volata tra ’68 e ’71. Solo l’anglocentrismo della critica ha, di fatto, impedito che potessimo dapprima scoprire e poi capirli.
Dopo un finale in sordina, esauriti gli stimoli nel 1976 si chiudevano i battenti con due opere piuttosto appannate. Per trentacinque anni, Dias e sodali non entreranno assieme in sala d’incisione, nel mentre un parterre di Re ne magnificava le gesta. Dalle parole ai fatti: il 2006 testimoniava una riunione che - e deve aver fatto riflettere Sergio Dias, averlo persuaso che la clessidra, con la sua musica, era stata clemente assai. Il tempo è un galantuomo, talvolta. Da par suo, Baptista autentico signore - acuto, spiritoso, disponibile - lo è stato per tutta la mezz’ora abbondante passata chiacchierando con noi al telefono.
Beh, da che ci sciogliemmo non si era mai pensato né discusso di riformarci, nonostante le offerte non fossero mai mancate e tra queste perfino una proviene dalla Virgin Records. Il problema era che le circostanze non erano quelle giuste: ho sempre creduto che ci saremmo ritrovati in modo naturale; che, se fosse accaduto, sarebbe stato con un paio di telefonate tra noi, con la spontaneità di quando eravamo più giovani. Succede a un certo punto che il Barbican Center di Londra allestisce una mostra dedicata al movimento Tropicalia e il curatore pensa che non aveva senso escludere l’aspetto musicale e in special modo la nostra band, benché non fossimo più attivi. In qualche modo la cosa è presto trapelata alla stampa e ho incominciato a ricevere chiamate da persone entusiaste del fatto che tornassimo a suonare in Inghilterra. Io rispondevo “ah, sì? E quando?” [ride; N.d.A.].
Più o meno sì. D’improvviso le cose hanno preso a mettersi in moto per conto loro, in un modo strambo, al punto che una radio brasiliana sosteneva che io e mio fratello fossimo già in studio a provare, quando in realtà ne avevamo a malapena discusso. A quel punto abbiamo affrontato la cosa e Zinho, il nostro batterista, disse che ci sarebbe stato. E’ stato a quel punto che ho pensato che la faccenda fosse seria: sai, Zinho non aveva più toccato lo strumento in trenta anni… Questo mi ha restituito la misura dell’impegno, il fatto che dovevamo giocarci una chance. per di più abbiamo una certa età e, insomma, non è che rimanesse molto tempo… Abbiamo suonato nel mio studio e, benché facessimo schifo, la “vibrazione” c’era ancora. Si capiva che, impegnandoci, ce l’avremmo potuta fare. Da lì a suonare a Londra, al Pitchfork Festival di Chicago e ad aprire per i Flaming Lips all’Hollywood Bowl è stata una strada in discesa. Ciò che mi piace di più è che vi sia una generazione pronta a conoscere la nostra musica; che ai concerti non vi fossero solo i nostalgici.
Beh, mantengo un atteggiamento molto umile in proposito, poiché credo che la musica prenda forma da sé e che noi non siamo altro che dei veicoli. In ogni caso è bellissimo quando ciò che fai resiste nel tempo. Adesso cavalchiamo la stessa onda degli anni ’60, ma con gli occhi aperti e possiamo goderci tutto in maniera consapevole. Mi sento davvero fortunato…
Non siamo mai stati dei messia o delle guide [ride; N.d.A.] Os Mutantes sono stai una cosa magica e sono stato un privilegiato a farne parte. Se qualcosa ha raggiunto gli artisti da te citati, è stata senz’altro l’onestà, il fatto che non siamo mai scesi a compromessi.
Innanzi tutto non è una parola portoghese, ma il termine che nella tribù pellerossa Shoshone significa “corvo”. Il che si ricollega alla copertina del cd, una foto che ho fatto fatica a scattare: ci sono volute ore perché quel corvo si girasse a guardarmi con quegli occhi. Credo si possa affermare che, con la sua figura così aperta a diverse interpretazioni (la magia, l’opera di Edgar Alla Poe etc.) sia un’azzeccata rappresentazione di noi Mutantes. “Amortecedor”, invece, è una canzone che non compare sul cd ma si può scaricare da internet ed è stata scritta da Tom Zé. Se la dividi, ottieni diverse altre parole in portoghese, ad esempio l’articolo/interiezione “a”, oppure “amor” e “tecedor”, che vuol dire tessitore. Come dire "il tessitore dell’amore", nascosto dentro questo vocabolo che, in realtà, possiamo tradurre con “ammortizzatore”.
Cattura lo spirito del nostro esordio. Non per quanto riguarda il suono, ma lo spirito è lo stesso. Sei riuscito ad ascoltarlo?
E cosa ne pensi?
Perfetto. Tieni conto che volevamo un lavoro che fosse “i Mutantes nel XXI secolo”, altrimenti tutta la cosa avrebbe avuto ben poco significato. Per quanto mi riguarda, credo sia totalmente coerente con la nostra carriera.
No, non più di tanto. La tecnologia è stata impiegata senza abusare. Poco computer e molto suono diretto.
Tramite un percorso un po’ tortuoso. Terminato il disco, Sean Lennon ne ha ascoltato alcune tracce e lo voleva per la Chimera Music. Poi s’era fatto avanti anche Mike Patton, e la Light In The Attic era interessata. Ci serviva però una struttura in grado di gestire ogni cosa e la Anti ci ha proposto un contratto ufficiale soddisfacente sotto ogni punto di vista.
Senza dubbio: Tropicalia fu una sorta di risposta alla controcultura inglese e americana dei Sessanta. Solo che ce n'arrivava notizia attraverso i dischi, in modo frammentario, e del “flower power” abbiamo afferrato soltanto la componente “flower”… Assimilavamo tutto ciò che potevamo, ed ecco perché la musica degli Os Mutantes è una specie di caleidoscopio in cui trovi pezzi e frammenti di tutto ciò che ci ha influenzato.
Vero, per quanto non vi fosse alcunché di pianificato. Volevamo soltanto suonare come Sly & The Family Stone e i Beatles. Nondimeno, col nostro accento pesantemente brasiliano, cantare "I Wanto To Hold Your Hand" sarebbe stata una presa in giro, pertanto decidemmo di cantare nella nostra lingua madre. Considerando le esigenze commerciali avremmo dovuto cantare in inglese, specialmente per quanto riguardava l’album nuovo. Non era nostra intenzione, poiché la forza dei testi così è amplificata, suona bene. Il disco è nato così e sarebbe stato innaturale tradurlo in un’altra lingua.
Certamente. Penso che restiamo una rock band anche se ci piacciono Picasso, Matisse o John Cage; siamo sempre stati pieni di senso della melodia nelle nostre radici musicali - samba, bossanova… - e, inoltre, mia madre era una pianista classica. Perciò tutti questi aspetti sono parte di noi. La melodia e i cambi repentini d’atmosfera e stile dei nostri brani sono elementi predominanti di ciò che facciamo; cerchiamo di inserire su di essa qualcosa che non abbia un temine di paragone preciso o immediato.
Assolutamente sì. Non ci piace restare incollati al passato, desideriamo essere sempre in movimento. E’ il nostro modo d’essere e di rispettare il pubblico.
Scheda: Os Mutantes
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