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Pubblicazione 30 Luglio 2009

Mayer Hawthorne

A Soul Arrangement

Andrew Mayer Cohen, l'uomo che ha stravolto le politiche interne della Stones Throw. Pelle bianca, cuore nero. Il soul del nuovo millennio ha di che rallegrarsi.
Mayer Hawthorne

Non parleremo di originalità, meglio essere chiari dal principio. Semmai di emotività, quella sì, quanta ne volete. Parleremo di Andrew Mayer Cohen, il nuovo rampollo di casa Stones Throw, e del suo debutto a nome Mayer Hawthorne. Un lavoro colmo di groove e rimandi, A Strange Arrangement, che di contro al titolo ha poche stranezze da svelare. Anzi, mai suono fu più familiare per chi conosce, consumato e immagazzinato la Motown d’antan e il soul licenziato tra il 1966 e il 1974. Retrò, per farla breve, ma che goduria.

Nato nel Michigan, Ann Arbor, a pochi passi da Detroit: Classe 1978 e un destino, per chi cresce in quelle terre, già segnato. Poteva avvicinarsi, viste le origini, agli Stooges o magari alla techno; e invece, iniziato dal padre, sceglie il soul. Un bianco in territorio nero, Mayer. “Al primo ascolto non avevo capito. Ero indeciso se considerarle nuove composizioni oppure dei re-edit di vecchio materiale riemerso da qualche archivio”, dice Peanut Butter Wolf, il boss della Stones Throw, dopo averne udito, su consiglio di Noelle Scaggs (cantante dei Rebirth e collaboratrice, tra i tanti, di Black Eyed Peas e Quantic), appena un paio di tracce. Stupore. Tramutatosi accettazione quando, guardandolo la prima volta negli occhi e notando il colore della pelle, scopre che cotanta roba è frutto di un bianco del Michigan. Epilogo: “Mayer è l'unico artista che ho ingaggiato dopo l’ascolto di due sole canzoni”.

Queste, presumibilmente Just Ain't Gonna Work Out - secondo l’autore, crasi tra The Tracks of My Tears di Smokey Robinson e Fall in Love di J Dilla - e When I Said Goodbye, ovvero il singolo d’esordio Mayer Hawthorne per Stones Throw, suonano gustosamente fuori tempo massimo. Un numero errebì perfetto da canticchiare e una ballad soul dall’elevata cifra sensuale. A stupire, oltre il mood reazionario, la voce. “Chi mi conosce sa che amo cantare. Mi viene naturale, anche se non mi considero un cantante dotato. Marvig Gaye, quando era al suo massimo, una volta disse di voler diventare un grande cantante, un giorno o l'altro. Lavoro per migliorarmi”. Accantonando la modestia, il Nostro è padrone di un registro versatile che fa del falsetto, mutuato tanto da Gaye quanto da Curtis Mayfield, l’arma in più di un personaggio prossimo a contendere a Jamie Lidell lo scettro di soulsinger del nuovo millennio.

Quindi, etichettatelo pure retrò (“La gente può definirmi come vuole, non è affar mio. Essere creativo, questo mi interessa) ma lasciate perdere I pregiudizi, altrimenti rischiate di perdervi uno dei dischi più eccitanti della stagione.

copertina pdf #91