Drop Out
Pubblicazione 15 Settembre 2009

Tropical Punk

Tropical rain washed my brain

Quando anche l’Italia dell’estate 2009 sembra essere ormai sulla via del monsone, un nuovo fenomeno si affaccia nell'underground americano...
High Wolf
2009

Sarà capitato spesso nell’ultimo periodo, anche agli ascoltatori/lettori meno attenti alle evoluzioni del sottobosco musicale americano (ma non solo), di imbattersi in un termine accostato alla proposta musicale di nomi sempre più sulla cresta dell’onda. Di cosa stiamo parlando? Ma del termine che da il nome a questo nostro scritto: tropicale, ovviamente.

È successo un annetto fa quando qui a SA tentammo di investigare la scena/non scena ruotante intorno allo Smell, locale losangelino, fulcro irrinunciabile per chi ama le musiche meno ortodosse della west-coast e non. A quel tempo, nemmeno troppo per caso, visto che partimmo proprio dal loro Skeleton per la nostra indagine, ci imbattemmo nel tropical-punk degli Abe Vigoda, quartetto ibrido ispano-americano con un nome dal sapore cinematograficamente minore e dal melting-pot musicale letteralmente da sballo. Quasi nello stesso periodo, ma virati verso tutt’altre coordinate spazio-temporali, facevano un limitato botto underground – stavolta dall’altra parte degli Usa, costa est, NYC guarda caso – i Vampire Weekend. L’upper west side soweto music del quartetto newyorchese brillava come un caleidoscopico mesh-up tra solare indie-rock e suggestioni afro-beat, imbevuto fino al midollo di input che toccavano reggae, aperture soul, slanci afro-pop; tutte sensazioni altre rispetto ai canoni di genere che rappresentavano la marcia in più di un quartetto giustamente magnificato un po’ ovunque.

Questa sorta di trasversale e bislacca tendenza al tropicalismo eterodosso sembra essere riemersa ultimamente nell’underground americano più oscuro e carbonaro; quello, per intendersi, del diy 2.0 che si nutre di cd-r serigrafati e microetichette home-based, hype da blogosfera e tirature limitatissime, oltre che di una certa predilezione per formati desueti ma sempre affascinanti (i 7” vinilici e le cassette ne sono un perfetto esempio). Un sentire comune – differenze stilistiche a parte – che ha evidenziato (come nel caso di Hexlove, approfondito nel numero estivo di SA) una particolare e, in alcuni casi, travolgente fascinazione per ambientazioni a metà tra psichedelia pop e suggestioni equatoriali, pronto a dilagare in maniera tentacolare in ogni direzione musicale.

In molti casi, sono le assolate spiagge estive piuttosto che le intricate e selvagge giungle tropicali ad essere omaggiate. Dimostrazione palpabile di questo atteggiamento è la compilation low-cost – e relativo mini festival in quel di NY – della Underwater Peoples il cui programmatico titolo Summertime Showcase rende appieno l’idea di vera e propria bibbietta senza pretese di completezza; una compila che inanella una serie vincente di proposte tutte ruotanti intorno ad una specie di rendition del Beach Boys sound sporcato da attitudine lo-fi e depravazione post esplosione punk, in altre parole il decantato beach-pop di Real Estate, la California guasta di Frat Dad, la pop-delia liofilizzata di Family Portrait, gli immancabili abbozzi multiformi di Ducktails; tutti a offrire quadretti pop da cocktail con ombrellino, palme ombreggiate e droghe leggere. Ad inaugurare la compilation un altro personaggio niente male: Julian Lynch, sorta di cantautore weird già avvezzo alle frequentazioni “tropicali” (un 7” su Underwater Peoples spartito con Ducktails), piuttosto incline alla ballata triste da tramonto sulla spiaggia e dall’immaginario inacidito, capace di alternare brevi pop-song ad aperture più dilatate sul versante psych. Se ne riparlerà un po’ ovunque, vedrete.

Anche le derive più weird del suono weird non sono rimaste immuni dall’esplosione colorata del nuovo tropicalismo, in questo caso (semi)digitale. Rainbow Arabia, ad esempio. Duo californiano che mette sul piatto electro distopie in salsa afro non lontane da Animal Collective: un mix di dancey sound e world music andata a male che rimanda, sin dal nome, a un immaginario orientaleggiante. Le comparsate fotografiche al limite del fake terrorismo stanno attirando su di loro attenzioni anche extramusicali. Sulla falsariga dei due californiani si muove Truman Peyote, altro duo stavolta from Massachusetts caratterizzato da un nome al limite del fantastico e da un taglio sonoro insieme più infantile e synthetico, qualcosa che fa venire in mente l’idea di un “rave in cui non si balla” e insieme quella di una ludoteca di Brazzaville presa d’assalto da un’orda di imberbi musicisti.

Questa breve e limitata carrellata per dirvi che ce n’è per tutti i gusti, a dimostrazione del fatto che la generazione del terzo millennio non la smette di cercare una fusione suprema con la natura attraverso macchine e cavi, gingilli e tecnologia. Quello che a noi interessa è però come l’aspetto “tropicale” trovi la sua perfetta messa a fuoco in un humus più prettamente psych&weird; non tanto per provenienza – il circuito è quello e spesso e volentieri, ehm, cortocircuita con presunte “scene” limitrofe – quanto proprio per messinscena musicale: più dilatata, aperta, trance-inducing, insieme iridescente e volubile. In grado di evocare i mille contrastanti stati d’animo che il trovarsi a contatto con la natura, con quella natura, può provocare.

Giunti a questo punto sarebbe lecito chiedersi cosa mai possa essere questo “suono tropicale”. Beh, cominciamo col dire che non di un suono si tratta, bensì di una sorta di suggestione che rimanda a questioni di meridiani e paralleli, anzi, ad esser precisi all’area che delimita il parallelo più lungo in assoluto del pianeta.

Nel tentativo di trasporlo in musica, c’è nelle musiche dei gruppi che prenderemo in questione una forte suggestione che rimanda proprio all’equatore e agli equidistanti tropici del cancro a Nord e del capricorno a Sud: che sia quello amazzonico rigoglioso e variopinto o quello misteriosamente intriso di alterità del sud-est asiatico, quello pregno di selvaggio misticismo delle civiltà precolombiane o ancora quello oscuro, materno e insieme minaccioso dell’Africa nera, poco importa.

Certo, i precedenti per questa fascinazione non mancano, anche limitandosi alle chitarre o saltando a piè paro tutto il jazz spirituale che da lì viene e lì ha sempre cercato di ricondursi. Se però si dovesse pensare all’attrazione per le musiche tribali e/o genericamente afro-percussive che fece la (limitata) fortuna di certo post-punk made in England, o al terzomondismo arty di band come Talking Heads e via imitando, si sarebbe perso di vista il vero obbiettivo dei progetti qui trattati. O per lo meno lo si sarebbe ristretto alquanto. I suoni dei presenti infatti, non rimandano ad un mood africofono (ché spesso se non sempre al parlare di tropicale viene in mente solo il continente nero) né si riallacciano a musiche da lì provenienti limitandosi a risemantizzarle a seconda del gusto dominante. Quelle in questione puntano dritte dritte proprio al suono della natura più rigogliosa e selvaggia, quello che si incontra per l’appunto in una foresta pluviale amazzonica. Un coacervo di suoni e colori che sembrano impazzire in ogni dove, provenire e al tempo stesso dirigersi verso ogni direzione, rimandando a una dimensione panica, di comunione con la natura, di alterità ricercata e sognata.

Live in London
High Wolf
Cameron Stellones 2009
Live in London

Così, tra correnti in continuo mutamento, sempre sul crinale della weirdness più oscura – più per produzioni e circolazione che per suoni, in verità – abbiamo eletto qualche nome che crediamo possa simboleggiare questa trasversale tendenza al “suono tropicale”. Due piuttosto noti, stante una discografia ormai sostanziosa e un apprezzamento crescente, e altri due alle prime armi, ma non per questo inferiori: Sun Araw e Ducktails da una parte, e Universal Studios Florida e High Wolf, l’ala in ascesa dall’altra. Luoghi di provenienza e traiettorie personali piuttosto diverse, ma una comune sensibilità tropicale. (SP)

Sun Araw – Tropic Of Beach

Non è lo “Stallone Italiano” dei vecchi film di Rocky, quello cresciuto inseguendo le galline nei cortili e prendendo a pugni i quarti di manzo appesi dal macellaio. Cameron nelle sue vene le ha le influenze mediterranee, bisogna però cercarle nella poltiglia chimica con cui è venuto su… tra hashish e marijuana e qualcos’altro... In più mettici i baffetti da messicano e il quadro di un perfetto deragliato dei nostri tempi è completo.

Uno che manco a farlo apposta si è costruito gran parte del suo credito nella fitta rete dei blog. E’ questa la vera fama 2.0 o comunque un indice preciso dei nomi da hype da (s)caricare, seguire e maledire. Cameron si era comunque già fatto notare nei Magic Lantern formazione psichedelica californiana non a caso approdata sulle sponde sicure e ormai carismatiche della Not Not Fun, a cui fa seguito il progetto solista Sun Araw. Il Nostro lo avvia quasi di nascosto. Un discorso musicale che, se pure deve qualcosa alla classica psichedelica chitarristica del suo gruppo, se ne discosta poi per tutta una serie di motivi. E’ un profilo assai diverso quello di Sun Araw, progetto solare già a partire dal nome, dove quello che rimane delle sacre reliquie del suono californiano viene inacidito fino a livelli inauditi, andando a parare a due passi dalla drone music. Non a caso, può essere inserito comodamente nella moderna ondata drone folk: suono della chitarra che vibra su effetti elaborati per durare un’eternità del tutto apparente, il tutto unito ad una generale aria di stasi onirica.

Cameron è uno che contamina, mischia, miscela le varianti più desuete e anomale per il settore che si è scelto e quindi riesce a suonare originale o quanto meno particolare. Come dire…è uno che si fa notare nella mischia. Il risultato inizialmente è ancora timido. The Sphinx, primo parto discografico ufficiale, è ancora largamente ancorato al taglio classico dei Magic Lantern, salvo allontanarsene quando il piglio da drone project prende il sopravvento. Cita Syd Barrett e Skip Spence come fari del progetto, ma è con la successiva release che, togliendosi di dosso paragoni ingombranti, riesce a quadrare il cerchio. Trattasi di Boat Trip un minimal ep su Woodsist che in solo due pezzi traccia il profilo del “tropical drone”, un’etichetta di comodo per dire sin da subito dell’aria afosa che si respira tra questi brani e del taglio estivo/assolato che possiede la musica. L’immagine di copertina fa gioco di sponda e restituisce il profilo di una musica che potrebbe andare bene tanto nel più fumoso coffee shop di Amsterdam, quanto nella più scassata e funesta capanna di una spiaggia ai tropici. I riflessi dub e gli echi metafisici alla Horace Andy si innestano su una musica che non respira altro che aria viziata, vittima di una chitarra che non è mai men che effettata e di un quadro tropical-caraibico che stride non poco con il piglio dark di altri act del drone-folk 2000. Il progetto Sun Araw si codifica così sulle coordinate solari del vicinissimo secondo disco pubblicato su Not Not Fun che, a scanso di equivoci, si chiama Beach Head. Il taglio della chitarra non potrebbe essere più personale, mentre la maggioranza dei risvolti dub dell’ep lasciano il posto a contorni più liquidi e sognanti. Cameron si fa in qualche modo prendere la mano. Sa di avere le capacità per produrre atmosfere ipnotiche senza ricorrere al solito immaginario di settore e riesce a produrre gioielli come Horse Steppin, congegno ad orologeria dello Stallones pensiero: chitarre liquide che mimano un raggae iper drogato, mareggiate onomatopeiche d’organo, ritmiche che procedono per passi felpati e una voce effettata che fa il verso a decenni di suoni giamaicani. Messi da parte Syd e Skip stavolta i fari verso cui tendere sono piuttosto Scientist e Lee "Scratch" Perry. Da qui in poi Sun Araw innesta una sorta di pilota automatico guidato dal codice che si è autocostruito. E’ sempre riconoscibilissimo, sia quando dà una mano ai Vibes con una passata di organo, sia quando, insieme a Bobb Bruno, allarga la visione delle Pocahaunted nel recente Passage.

E siamo agli ultimi sussulti in ordine di cronologia: Heavy Deeds recentissimo terzo disco lungo che si muove su coordinate più smaccatamente funk, sulla scia tanto del progetto Vibes, quanto su quelle dei recenti Sunburned Hand Of The Man prodotti da Four Tet, il tutto ovviamente riletto alla maniera di Sun Araw, quindi con irrefrenabili riverberi da sogno e con i wah-wah virati al sogno di un’estasi tropicale. (AC)

Sun Araw
Caitlin C. Mitchell 2009

Ducktails – Hypnagogic Summer

Non più tardi un mese fa sulle pagine di Wire, David Keenan diffondeva per il mondo il nuovo verbo dell’Hypnagogic Pop, strambissima e sconclusionata etichetta di settore, che da un lato tenta di inquadrare un gruppo di musicisti sotto uno stesso ambito e dall’altro cerca, neppure tanto velatamente, di ripetere il successo di passate definizioni come Post Rock e New Weird America. David non ha dubbi su cosa sia l’hypnagogic pop: “E’ pop music riflessa attraverso il ricordo di un ricordo. Prende la sua forza dalla cultura pop degli anni ’80, anni in cui molti dei musicisti del genere sono cresciuti, e che adesso investe la musica underground come un’influenza spettrale. I regni hipnagogici sono quelli tra la veglia e il sonno, zone limite in cui sussurri e allucinazioni concorrono alla formazione dei sogni”. E dopo cotanto excursus teorico ecco pronta la lista degli esponenti del genere, secondo il suo inventore: in primis gli Skaters di Spencer Clark e James Ferraro con tutti i loro progetti collaterali, e poi Pocahaunted, Emeralds, Zola Jesus e tra gli altri anche i Ducktails o comunque tutti i progetti di Matthew Mondanile.

Per quest’ultimo l’omaggio agli anni giovani è insito già nel nome della band che fa il verso al cartone animato della Disney epoca 1987-90, chiamato per l’appunto Ducktales. Secondo le teorie di Keenan quella di Mondanile sarebbe una visione espressamente post-Skaters, forse riducendo però un po’ troppo il discorso. Trattasi di un giovanotto post epoca arcade che vive in un’apparente estate perenne. Da qui sviluppa tutto il suo immaginario caraibico-tropicale che si anima su minimal beat elettronici da videogame atari anni ’80. Le sue sono tutte musichette possibili di estati impossibili o ormai metabolizzate sulla lunga distanza, ergo una pesante cappa di nostalgia che illividisce anche ariette in apparenza gioiose. Il primo disco ufficiale, pubblicato manco a farlo apposta su Not Not Fun vede la luce nella primavera del 2009, ma altro non è che un raccoglitore / compilation di una discografia già ricca di episodi, per lo più in tono minore, ovvero su cassette e cdr limitati. Di contro il primo disco vero e proprio a firma Ducktails è in procinto di essere pubblicato proprio in questi giorni su Olde English Spelling Bee con il titolo di Landscapes. Per inquadrare l’orizzonte visivo e il background che muove le musiche dei Ducktails basta scorrere un elenco qualsiasi dei brani: Beach Point Pleasant, Pizza Time, Tropical Heat, Let’s Rock The Beach, Boating, Island Flavor. E si procede di questo passo anche con l’estetica di corredo degli artwork, con l’ormai celebre e riconoscibilissima foto della palma californiana a fare da contorno: “La foto della palma sulle pubblicazioni dei Ducktails fu scattata  da me quando ero in tour in California. C’è l’altra foto che ho fatto di questa palma finta e che fu fatta mentre ero in questa festa ad Amsterdam. Credo che sia stato un modo per avere come un’immagine o un simbolo, perché non significano molto per me, ma mi piacciono per come appaiono esotiche ai miei occhi”.

Mondanile divide gran parte delle sue visioni con il compagno d’arme Julian Lynch, fresco fresco di un disco autonomo e in proprio sotto l’egida della Olde English Spelling Bee e ribattezzato Orange You Glad. Di contro il Nostro ha già dato ampia prova di non voler essere conosciuto solo attraverso il progetto Ducktails. Suoi sono anche i suoni che si nascondono dietro l’appellativo di Predator Vision, che di recente ha pubblicato uno split ep di tropicalismo dronato con Sun Araw e che deve il suo appellativo “alla visione del film Predator mentre ascoltavo soft-rock di Fleetwood Mac, Paul Simon e Todd Rudgren”. Altro progetto da tenere sott’occhio è quello dei Real Estate, dal piglio molto più canonicamente indie-rock, che se per il momento non ha prodotto molto al di là di un paio di ep e di 7” potrebbe fare un discreto successo una volta approdato ad una release ufficiale sulla lunga distanza. Infine, giusto per strizzare l’occhiolino agli Skaters e ai loro infiniti progetti collaterali, ecco l’ultimo in ordine cronologico, quello dei Parasails che hanno pubblicato una recentissima cassetta intitolata Skylife che così viene descritta nelle note stampa di presentazione: “Come Join us 500 feet above the Atlantic Ocean for the 1982 Summer Season. Enjoy the views of your favorite Beaches and wave to your friends below as you check out schools of Sealife. Parasails is a new project from purveyor of feel-good tunes, Matt Mondanile (Ducktails, Real Estate). More of the lo-fi, tropical nostalgia his fans have come to expect, but this time instead of sitting on the beach sipping on margaritas, this tape takes you for a dream-like flight above the coastline”. (AC)

Ducktails

Universal Studios Florida – Cinematografie tropicali

Il primo tra i progetti più giovani del lotto prende in prestito il nome dal parco di divertimenti a tema cinematografico di Orlando, Florida per l’appunto, pur provenendo esattamente dall’opposto estremo degli Usa, Seattle.

Sono in due e amano il digitale. Sono weird e su questo pochi dubbi. I loro nomi di battesimo sono Jason Baxter e Kyle Hargus, e per dar vita a Universal Studios Florida non usano molto più dei propri laptop e qualche pedale/effetto (Kyle un mac e Jason un pc, tengono a far sapere sul loro myspace), eppure imbastiscono un suono realmente denso sia di direzioni musicali, sia di riferimenti più o meno espliciti.

Un vero caleidoscopio che esplode letteralmente in una selva di suoni legati gli uni agli altri nell’ottimo Ocean Sunbirds, dal procedere cumulativo (e per stratificazione) non così lontano dalla vecchia conoscenza di SA, Zac Nelson a.k.a. Hexlove. Quando chiediamo loro di presentarsi ai lettori italiani, ecco cosa ci rispondono: Siamo due studenti dell’Università di Washington di Seattle, entrambi lavoriamo alla radio del campus, la Rainy Dawg Radio. Abbiamo iniziato a lavorare seriamente sulla musica in duo poco meno di un anno fa…. Insomma, per farla breve, tipiche storie da (post)adolescenza a stelle & strisce: prima amici, poi compagni di stanza all’università, infine colleghi di lavoro e finalmente duo sull’onda delle affinità elettive in campo musicale. Sì, perché i due USF sono molto giovani, ma anche piuttosto lucidi. Sia per quello che riguarda il terreno su cui lasciar germogliare la propria sensibilità musicale, sia per le potenzialità elaborative su un suono abusato come quello psych&weird. Ammiriamo molto la musica che esplora la densità sonica, come Our Sleepless Forest e Tortoise. Graceland di Paul Simon è stata una immensa influenza per ciò che riguarda melodia e suoni di chitarra, così come Sea Lion di Ruby Suns. Siamo anche grandi fan di Brian Eno, in particolare per gli album di ambient textures come Ambient 4. Un ottimo disco dello scorso anno è stato l’omonimo debutto di High Places; hanno un sacco di fantastiche tecniche per creare suoni percussivi unici.

Chiediamo poi se esista una assonanza tra questo magma indefinibile che abbiamo per comodità chiamato “tropical sound” e il loro primo full-length Ocean Sunbirds: È stato orientativamente a metà del nostro percorso creativo che ci siamo resi conto che stavamo assemblando un album “tropicale”, quindi ci fa piacere che sia stato notato; volevamo fortemente costruire un mood lungo tutto il disco, qualcosa di naturale e nostalgico, e rimpolpare quel tipo di idee che cercavamo di esplorare già nel nostro ep….

Alla base di un disco organico e coeso come Ocean Sunbirds vi è l’idea di un continuum “naturale e nostalgico”. I due lo ribadiscono più volte durante la nostra chiacchierata: la loro è la ricerca di un suono che sia globale, magmatico, onnivoro e cangiante, in una parola, quello della natura. Questa idea di suono è rintracciabile in forma embrionale già nell’omonimo ep di debutto, edito anch’esso da Little Furry Things. Il cd-r, seppur non pienamente focalizzato, ha il pregio di mettere in luce quegli aspetti che verranno successivamente elaborati nell’esordio lungo: una musica evocativa creata sul crinale tra digitale e analogico che rimanda a quiete distese lagunari nello stesso modo in cui evoca maelstrom synthetici da dancehall in disfacimento. L’ep era essenzialmente una collezione di idee e canzoni che si sono evolute in maniera naturale. Per il primo disco invece volevamo fare qualcosa di veramente coeso, canzoni che suonassero più connesse e legate. I nostri sforzi iniziali andavano verso la direzione di jam stratificate e così volevamo sviluppare quelle sensazioni in modi differenti, mixando elementi di generi diversi per ottenere un effetto cumulativo. Abbiamo cercato di creare un’aura intorno ai suoni che credevamo essere troppo lineari nei pezzi dell’ep, bilanciando le melodie principali con sottofondi più ampi. Mano a mano i suoni della natura hanno cominciato ad affacciarsi nella nostra musica e abbiamo finito con lo scegliere il titolo Ocean Sunbirds per sottolineare le atmosfere liquide e le melodie ondeggianti.

L’effetto è assicurato. La forte impronta digitale avvicina il suono dell’album certe volte ad una glitchtronica d’ambiente, mai invasiva eppure lussureggiante, altre volte a intricati e devastanti frattali sonori in cui convivono ritmi a bassa battuta ballabili in comunione col paesaggio naturale. E sembra di vederli, due sbarbati americani buttarsi a peso morto sui delay (DD-20 Boss GigaDelay Pedals, precisano orgogliosi) per costruire live loop circondati da un vorticare di fronde e da improvvisi stormi di uccelli variopinti volare via in mille direzioni diverse. Se riuscite ad immaginare il suono di una sala chill-out abbandonata e completamente avvolta dalla vegetazione, beh, non siete poi così lontani dall’universo di USF. (SP)

High Wolf – Alla ricerca dell'Altrove

È alquanto paradossale che la nostra indagine sul nuovo tropicalismo weird prenda le mosse dall’ultimo arrivato High Wolf, ma è così. Più precisamente da Tropical Rain Washed My Brain, traccia iniziale dell’omonimo cd-r su Winged Sun. O forse, come vedremo più avanti, non lo è.

Live in London
High Wolf
Cameron Stellones 2009
Live in London

Ma chi è High Wolf? Non solo l’ennesimo solo-project trattato in questo speciale – dimostrazione vivente che lavorare da soli riesce meglio, specie in ambito freak o weird – ma anche l’unico non americano tra i progetti presi in considerazione. Well I'm from France…living in France… risponde laconico l’unico responsabile della sigla: Max, cognome sconosciuto come da almanacco del nascondismo 2.0, amicizie altolocate e conoscenze nei giri weird giusti oltre che numerose esperienze alle spalle (altrettanto ignote, se ve lo stavate chiedendo). Beh, ho avuto qualche altro progetto, roba droney, musica psichedelica…ma non voglio mescolarli e preferirei rimanere anonimo. Penso sia meglio per chi ascolta focalizzarsi unicamente sulla musica. Comunque sia ho cominciato a suonare da adolescente, prevalentemente col computer per poi, passo dopo passo, comprare e stratificare strumenti ed effetti.

Malgrado l’overdose da “animale nel nome della band” possa risultare letale, scommettere su HW non si rivela una mossa sbagliata. Il ragazzo – armato di synth analogici, tablas, chitarra, voce, drum machine e tanti, tantissimi effetti – ci sa fare e sembra avere idee piuttosto chiare in quanto a progettualità e ottime capacità creative. A dimostrarlo l’aver partorito in pochi mesi – in formati desueti, obviously – una manciata di release interessantissime per etichette quali Not Not Fun e Stunned, suonato live (poco in verità) con Pocahaunted e Sun Araw spalleggiato da pezzi grossi come Jani Hirvonen (Uton) e Ben Reynolds e collaborato con mostri sacri del sottobosco americano (uno per tutti, Neil Campbell aka Astral Social Club con cui è in uscita un vinile a quattro mani). Niente male vero?

Influenzato da “lupi e spiagge, totem e spiriti, pacifismo ed eclissi” tanto quanto dalla scena weird americana (da Skaters a Emeralds e Animal Collective, li cita tutti) e da mostri sacri ovvi quanto imprescindibili come Sun Ra e Miles Davis, il suono di HW parte sostanzialmente da una base molto psichedelica per poi muoversi in mille direzioni contemporaneamente. Reiterato e sognante, evocativo e percussivo, rigoglioso e tropicale, ovviamente. Questo in soldoni ciò troverete avventurandovi nell’ascolto del nastro Animal Totem – nomen omen, verrebbe da dire – col quale ha da poco esordito per Not Not Fun. L’unica, ossessiva melodia degli 8 minuti dell’opener The Boto immette in un vortice sensoriale in cui il forte retrogusto sciamanico e trance-inducing si materializza in intricate visioni di foreste tropicali, coloratissime e lussureggianti. Il successivo cd-r omonimo – sull’etichetta personale Winged Sun – raggruppa registrazioni precedenti al disco per NNF e ne reitera la raffinata e intricata psichedelia semi-mistica. L’immaginario tropicale è evocato sin dai titoli: la citata Tropical Rain Washed My Brain, Red Ants Around My Neck, Aztec Pyramids procedono ondivaghe lungo i tropici rimbalzando tra le foreste pluviali amazzoniche e centroamericane e quelle del sud-est asiatico, quasi a rievocare ipotetiche linee di continuità tra le varie civiltà che si sono succedute nell’area dei tropici nel corso dei secoli. A strettissimo giro di posta altre release hanno poi confermato la bontà della sue proposta: innanzitutto la doppia cassetta Essential Elemens (su Stunned) condivisa con Altar Eagle, Caligine e Pillars Of Heaven, ma soprattutto l’altra tape per Winged Sun, Gabon: 3 brani per una mezz’ora scarsa che rovesciano la prospettiva sonica di Animal Totem. What's the difference between Amazonian and African jungles? When we live in the wild, with percussions and tribal singing, we're all the same…, questa la chiave di lettura suggerita da HW/Winged Sun nella presentazione del nastro per collocare i 3 lunghi pezzi sempre sul filo dell’equatore, ma traslandoli verso il cuore dell’africa nera, quella più sinistra e insieme materna. A venire esaltato è il battito ancestrale nella reiterata percussività del lato A.

Almeno in apparenza HW si accoda alla lunga scia della psych più stramba e fuori di testa prodotta negli States da un buon lustro a questa parte. C’è però qualcosa che ce lo fa preferire ad altri nomi, nonostante la giovane età e non solo per l’ovvia vicinanza ai modelli di riferimento, spesso e volentieri citati in questo articolo. Sun Araw è stata ovviamente una grande scoperta perché mi ha dimostrato come fare musica psichedelica come una one-man band […] Anche Magic Lantern hanno avuto la loro influenza, così come la scoperta di Astral Social Club: il suo modo di usare loop ritmici, di mischiare beats con suoni sperimentali è una cosa nuova, che supera i confini e crea un nuovo sentiero che cerco e spero di seguire. Quella di HW è musica che nasce, però, dalla reale frequentazione di mondi altri rispetto a quelli occidentali: Il principale scopo della mia vita è viaggiare, l’anno scorso sono stato in Asia per alcuni mesi e credo che questo sia stato l’evento principale che ha portato alla nascita di HW. Tutta quella musica che ho ascoltato in India, tutti quei nastri nei bus in Nepal, i colori e gli odori di ogni posto, gli orizzonti tropicali dalla Malaysia alla Tailandia, il cibo…Mi ha definitivamente cambiato.

HW possiede un sentire musicale lucido unito ad una riflessione filosofica non di poco conto. Ci piace quando tira in ballo, a mo’ di pietra angolare per le sue musiche, la bellissima opera di Henri Michaux, Altrove (Quodlibet, 2005). Quella di HW non è propriamente musica tropicale, ma suona esotica per una serie di ragioni. Un poeta e scrittore francese piuttosto famoso, Henri Michaux ha scritto alcuni diari di viaggio molto interessanti durante i suoi viaggi in Asia e sud America. Ha però scritto anche un favoloso libro dal titolo Ailleurs che è un finto diario di viaggio in cui egli inventa luoghi, etnie e tribù con rituali specifici. Mi piace pensare a HW nello stesso modo. Ascolto un sacco di musica occidentale e non, cercando di mescolare le due influenze, consciamente o inconsciamente, per creare una musica globale moderna per un paese o una tribù immaginaria. Mi piacerebbe essere l’Omar Souleyman di una civiltà perduta o proveniente da un altro pianeta.

La ricerca spasmodica di nuovi mondi, reali o immaginari che siano; la necessità di fuggire dalla propria quotidianità, la capacità di confrontarsi con l’alterità si manifestano nella forza creatrice che spinge ogni artista a modellare un mondo possibile anche attraverso i suoni. La chiosa di questa limitata indagine non può che spettare a lui: In definitiva credo che questa tendenza tropicale sia il bisogno di essere creativi e nello stesso tempo in fuga dal quotidiano. Vivendo in città fuggo spesso con la mente verso giungle, spiagge, montagne; se vivessi in un’isola deserta forse farei musica industriale!

In definitiva, è il significato più esatto della definizione “tropicale”. (SP)

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