Bisognava inventarlo qualcuno che buttasse ammare (anzi nelle fogne), il beat sfavillante e fin troppo modernista della Città dei Motori. Erano necessari quanto il ritorno del noise dei vari Wolf Eyes e Prurient i (seppur ammansiti) Black Dice. Di loro, soprattutto e in definitiva, ci ha sempre fatto impazzire la componente crusty techno, quell’arte del declinare la cassa in quattro e facendola marcire, dandola in pasto alle pantegane mutanti. Li amiamo per questo, nonostante il non imprescindibile Load Blown. E li abbiamo amanti nonostante le numerose performance a corrente alternata dove senza troppi patemi d’animo può andar di lusso come dar di stomaco.
In pratica, può capitare che a Milano facciano il miracolo e che a Bologna non colpiscano quanto avrebbero potuto. Come, è troppo ciclico, che ogni volta che assisti a un loro show per ogni amico che ti riferisce di una data completamente scazzata e ce n’è un altro che li incensa di lodi e con trasporto. A noi – Edoardo Bridda e Gaspare Caliri – è toccata rispettivamente la prima e la seconda sorte. A Bologna si è assistito a un trip di noise tronica psichedelica niente male, eppure asciutta da seccar le labbra; a Milano ci si è gustato un rave per mutoidi scalcinati notevole per chi insegue il tribalismo americano (come nella Lettera Rubata di Poe, uno scava e invece ciò che cerca è sotto gli occhi, nel nome più noto, per la gioia delle orecchie).
Rosicamenti a parte, non è andata male a nessuno dei due se non per il timing. Il format prevede un’ora e anche meno con i tre a destreggiarsi tra percussioni mono, una chitarra imbracciata a mo’ di Throbbin’ Gristlee le solite elettroniche e cassettine. Il tutto avvolto in una proiezione elettro psych che ci è piaciuta proprio perché ha preso dentro tutto, musicisti compresi. Ma a Milano tutti i preparativi a disposizione di bottone avevano un obiettivo chiaro e appagante, cioè fare in modo che nessuno restasse fermo; intento raggiunto grazie a una pulsione techno massimale industriale, vicina al rumorismo, ma del tutto prestata al movimento, alla sincope, al primitivismo di quel tamburo percosso in mezzo a mille drum machine. La conclusione è arrivata persino a citare i Battles di Atlas– elettronica a cavallo; per chi, un annetto fa, proprio in questa sala vide il combo Williams-Braxton, è una chiusura esaltante.
Dimenticavamo Kría Brekkan ovvero Kristin Valdottir, fu Mum e fu consigliera delle Ringsoltre che compagna nella vita e musicale di Avey Tare degli Animal Collective - qui in versione arty freak alle prese con un progetto solista che tra un “sorry” e una manciata di infantilismi riverberati regala buoni momenti di straniamento quartomondista sulla scia di quello hasseliano. Anche per lei è valsa la stessa morale ma a sorti capovolte. A Bologna nel club dell’indie bene, a Milano al Magnolia male. In quest’ultimo caso l’infantilismo non poneva neanche il dubbio che si trattasse di una veterana dell’underground, tranne forse quando l’incastro di temi di tastiera stralunata portavano il pensiero a Not Available. Pros e cons dell’indipendentismo e dell’idea di libera espressione. Soprattutto, non c’è pezza, questa gente va frequentata. Le soddisfazioni non sono cose automatiche.
Scheda: Kría Brekkan, Black Dice
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